Biografia di William Shakespeare

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Biografia di William Shakespeare
Biografia di William Shakespeare. William Shakespeare è stato un famoso drammaturgo e poeta inglese, nato il 23 aprile 1564 a Stratford-upon-Avon e morto nella stessa città il 23 aprile 1616. È considerato uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi e il più importante drammaturgo della cultura occidentale. Le sue opere, che includono 38 opere teatrali, 154 sonetti e altri poemi, sono state tradotte in molte lingue e rappresentate più volte rispetto a qualsiasi altro autore.

Shakespeare è noto come il “Bardo dell’Avon” o il “Cigno dell’Avon“. Le sue opere sono celebri per la complessità dei personaggi, la raffinata poesia e la profondità filosofica. Nonostante ci siano dibattiti sulla cronologia esatta delle sue opere e sulla paternità di alcune di esse, si ritiene che la maggior parte dei suoi lavori sia stata scritta tra il 1588 e il 1613.

Sebbene poco si sappia della sua vita privata, Shakespeare è diventato estremamente famoso dopo la sua morte. Molte celebrità e figure importanti lo hanno elogiato nei secoli successivi. La sua influenza sulla letteratura inglese è immensa, e molte delle sue espressioni linguistiche sono ancora usate oggi. In suo onore, è stato persino dedicato un asteroide chiamato 2985 Shakespeare.

Biografia di William Shakespeare

William Shakespeare visse in un periodo di transizione tra il XVI e il XVII secolo, un’epoca in cui la società stava passando dalla fase medievale al mondo moderno. Nel 1558, Elisabetta I d’Inghilterra salì al trono, inaugurando un periodo di grande fioritura artistica e culturale che prese il nome da lei.

Il padre di William, John, si trasferì da Snitterfield a Stratford-upon-Avon nella metà del Cinquecento. Lì, John lavorò come guantaio e conciatore.

Le prime tracce storiche di John appaiono nel 1552, quando si sa che aveva in affitto una parte della casa che sarebbe poi diventata la celebre casa natale del poeta, situata in Henley Street. Nel 1556, John ampliò le sue proprietà, acquistando un terreno e l’altra parte della casa natale, che all’epoca era ancora una struttura separata.

John sposò Mary Arden, figlia del ricco agricoltore Robert Arden. Sebbene fosse la figlia minore, sembra fosse la favorita del padre, tanto che quando questi morì verso la fine del 1556, le lasciò la sua tenuta e il raccolto delle sue terre. Il matrimonio avvenne tra novembre 1556, quando fu redatto il testamento di Robert Arden, e settembre 1558, mese in cui nacque la loro prima figlia.

A partire dall’autunno del 1558, John iniziò la sua carriera politica prestando giuramento come uno dei quattro connestabili. Dal 1565 divenne aldermanno, un membro della giunta municipale di Stratford; nel 1568 ricoprì per un anno il ruolo più importante della città, quello di balivo. Dopo aver raggiunto il massimo riconoscimento cittadino, cercò di ottenere uno stemma dal Collegio degli araldisti, ma non ebbe successo. Tra il 1570 e il 1590, John Shakespeare affrontò problemi finanziari a causa dei debiti, che portarono alla fine della sua carriera pubblica e alla vendita di alcune delle sue proprietà.

William Shakespeare nacque a Stratford-upon-Avon, e la sua data di battesimo è registrata il 26 aprile 1564. Nel registro parrocchiale, compare come “Gulielmus, figlio di Johannes Shakespeare“. Anche se non abbiamo una registrazione della data esatta di nascita, tradizionalmente si ritiene che sia avvenuta tre giorni prima, il 23 aprile, che coincide con la festa di San Giorgio, patrono dell’Inghilterra. William fu il terzo di otto figli. Nel 1564, durante l’estate, un’epidemia di peste colpì Stratford, ma la famiglia Shakespeare fu risparmiata.

Anche se non esistono registrazioni scolastiche che lo confermino, secondo alcuni biografi, Shakespeare frequentò la King’s New School, una scuola gratuita per ragazzi della città. Questa scuola, dedicata a Edoardo VI e fondata dalla Gilda della Santa Croce, si trovava a circa 400 metri dalla casa di Shakespeare. Qui avrebbe studiato latino e i classici della letteratura, e potrebbe aver subito punizioni fisiche. Le lezioni si svolgevano sei giorni alla settimana, iniziavano molto presto al mattino e proseguivano fino a sera.

Non abbiamo prove che Shakespeare abbia frequentato l’università. È probabile che William abbia lavorato come apprendista nel negozio del padre, dove avrebbe avuto modo di apprendere tecniche legate al conciaggio delle pelli. Il 27 novembre 1582, all’età di 18 anni, William sposò Anne Hathaway, 8 anni più grande di lui, a Stratford. Considerando la data di nascita della loro prima figlia, il matrimonio potrebbe essere stato affrettato dalla gravidanza della sposa.

Il 26 maggio 1583, la loro prima figlia, Susannah, fu battezzata a Stratford. Due anni dopo, il 2 febbraio 1585, furono battezzati due gemelli: un maschio, Hamnet, e una femmina, Judith. I nomi dei gemelli furono scelti in onore dei loro cari amici e vicini, Hamnet e Judith Sadler. Nel 1598, quando Judith e Hamnet Sadler ebbero un figlio, lo chiamarono William. Il nome “Hamnet” era una variante comune di “Hamlet” a quel tempo. Si presume che Shakespeare possa aver tratto ispirazione dal personaggio di “Amleto“, anche se i nomi “Hamnet” o “Hamlet” erano abbastanza diffusi all’epoca. Elizabeth, la figlia di Susannah e John Hall, sarà l’ultima discendente della famiglia Shakespeare.

Tra il battesimo dei gemelli e il suo emergere come figura letteraria in Inghilterra, mancano documenti sulla vita di Shakespeare. Questo intervallo, che va dal 1585 al 1592, è noto agli studiosi come “anni perduti“. Gli sforzi per spiegare questo periodo hanno dato vita a molte ipotesi e fantasie, ma spesso mancano prove concrete a supporto di queste storie, tranne le voci raccolte dopo la morte del drammaturgo.

Nicholas Rowe, il primo biografo di Shakespeare, riporta una leggenda di Stratford secondo la quale Shakespeare fuggì dalla città per rifugiarsi a Londra, in fuga da un possibile processo legato alla caccia illegale di un cervo di Thomas Lucy, un signorotto locale. Un altro racconto del XVIII secolo suggerisce che Shakespeare iniziò la sua carriera teatrale badando ai cavalli dei clienti dei teatri londinesi.

John Aubrey scrisse che Shakespeare potrebbe essere diventato un insegnante di campagna, anche se non ci sono prove a supporto di questa idea. Alcuni studiosi ipotizzano che Shakespeare potesse essere stato assunto come tutore da Alexander Hoghton di Lancashire, un proprietario terriero cattolico che menzionò un certo “William Shakeshafte” nel suo testamento del 1581. Tuttavia, non ci sono prove che qualche membro della famiglia del poeta abbia mai usato questa variante del cognome.

Si suppone che Shakespeare abbia potuto cominciare la sua carriera teatrale unendosi a una delle numerose compagnie che visitavano Stratford ogni anno. Nella stagione 1583-84, tre compagnie si esibirono a Stratford, mentre nella stagione 1586-87 ce ne furono ben cinque, tra cui quelle della regina, di Essex e di Leicester.

Nei documenti del 1592 si riscontrano le prime prove del successo teatrale di Shakespeare a Londra: le sue opere sono state rappresentate dalle compagnie dei conti di Derby, Pembroke e Sussex. Si ha notizia della rappresentazione della prima parte dell’Enrico VI il 3 marzo 1592. La fama di Shakespeare era in crescita, tanto da destare invidia tra i colleghi più anziani. Robert Greene, nello stesso anno, rivolse un’invettiva famosa che sembrerebbe indirizzata proprio a Shakespeare.

Greene, uno scrittore dal carattere focoso che ebbe contrasti con John Florio e criticò Marlowe e Nashe nel Groatsworth, si espresse in toni critici nei confronti di Shakespeare, definendolo un “corvo parvenu” che imita gli altri poeti con la sua abilità da attore e si illude di essere il miglior “agitatore di scene” del paese.

Henry Chettle, il tipografo che aveva preparato il manoscritto del Groatsworth, mesi dopo prese le distanze da Greene nella prefazione alla sua opera Kind-Heart’s Dream. Chettle si scusò per non aver risparmiato le critiche a Greene, elogiandone l’onestà e la grazia nello scrivere.

Negli anni 1593-94, a causa di un’epidemia di peste, i teatri inglesi furono chiusi e Shakespeare, in quel periodo, pubblicò due poemetti: “Venere e Adone” e “Il ratto di Lucrezia“. Il primo, dedicato a Henry Wriothesley, III conte di Southampton, ottenne grande successo con numerose ristampe.

La dedica del poema al conte Southampton ha suscitato speculazioni sulla relazione tra Shakespeare e Southampton, alcuni critici identificano Southampton come il misterioso “W.H.” destinatario dei sonetti. Il poeta sembrava essere molto popolare, come testimoniato da un’opera teatrale, “The Return from Parnassus“, stampata nel 1606 ma rappresentata qualche anno prima dagli studenti del St John’s College di Cambridge.

Tuttavia, l’elogio nel testo non necessariamente rifletteva l’opinione universitaria su Shakespeare. In “The Second Part of the Return from Parnassus“, un personaggio che impersona William Kempe, critica i drammaturghi educati all’università affermando che “il nostro compagno Shakespeare li ha tutti umiliati“.

Nel 1594, Shakespeare pubblicò “Il ratto di Lucrezia“, anche questo dedicato al conte di Southampton. Anche se la dedica fa pensare a una maggiore confidenza tra il poeta e il conte, la natura esatta della loro relazione rimane ambigua, poiché Southampton non appare in nessun altro documento relativo a Shakespeare.

Nell’autunno del 1594, la peste che aveva colpito Londra ebbe fine, permettendo ai teatri di riaprire. Shakespeare si unì alla compagnia teatrale chiamata “The Lord Chamberlain’s Men” (i “servi del Lord Ciambellano”). Questa compagnia includeva anche Richard Burbage e William Kempe. La prima notizia sulla compagnia si ebbe nel giugno 1594, attraverso un documento del libro dei conti del tesoriere privato della regina. Riportava di una loro rappresentazione al palazzo reale di Greenwich, il giorno di Santo Stefano (26 dicembre) e il giorno degli Innocenti (28 dicembre), davanti a Elisabetta I.

Nel 1596, morì il suo unico figlio maschio, Hamnet, sepolto il 11 agosto a Stratford. Lo stesso anno, grazie al successo del figlio, John Shakespeare ottenne il diritto di uno stemma e il titolo di gentleman per sé e i suoi discendenti, nonostante la sua situazione economica fosse notevolmente ridotta rispetto a qualche tempo prima. Il motto scelto fu “Non sanz droict“, che significa “Non senza diritto“.

Nel 1597, Shakespeare acquistò da William Underhill, per 60 sterline, una residenza a Stratford chiamata New Place, che comprendeva “due granai, due giardini, due frutteti, con annessi“. La casa, all’epoca la più grande di Stratford, era stata costruita da Sir Hugh Clopton. Questo acquisto testimoniava i profitti significativi ottenuti da Shakespeare grazie al teatro.

Nel 1598, Shakespeare si trasferì nella diocesi di St. Helen’s Bishopsgate. Lo stesso anno, Francis Meres pubblicò il “Palladis Tamia“, lodando Shakespeare come “un nuovo Ovidio” e il migliore drammaturgo inglese sia nella tragedia sia nella commedia, citando molti dei suoi lavori. Sempre nel 1598, Shakespeare apparve come attore nella rappresentazione di “Every Man in his Humour” di Ben Jonson, interpretando il ruolo di Kno’well, un vecchio gentiluomo. Nell’in-folio delle opere di Jonson del 1616, Shakespeare appariva in cima alla lista degli attori.

In seguito, Shakespeare divenne azionista dei “The Lord Chamberlain’s Men“, possedendo circa il 10% della compagnia. Quest’ultima, soprattutto grazie a lui, divenne così popolare che dopo la morte di Elisabetta I e l’incoronazione di Giacomo I nel 1603, il nuovo monarca la adottò e la rinominò “Gli uomini del re“. In questa compagnia, oltre a essere drammaturgo e attore, Shakespeare ricoprì anche il ruolo di amministratore. Documenti legali e transazioni economiche mostrano come la sua ricchezza fosse aumentata notevolmente durante gli anni a Londra. Il 5 giugno 1607, sua figlia Susannah sposò il medico John Hall nella chiesa della Holy Trinity di Stratford.

Verso il 1611, William Shakespeare tornò alla sua città natale, Stratford. Il 11 settembre, compare il suo nome nella lista dei contribuenti chiamati a versare l’imposta per mantenere le strade reali. Nello stesso anno, firmò una petizione dei cittadini di Stratford indirizzata alla Camera dei Comuni, chiedendo la riparazione delle strade principali. Il 3 febbraio 1612, fu sepolto Gilbert, uno dei fratelli di Shakespeare.

Nel maggio successivo, Shakespeare fu chiamato a Londra come testimone per la causa “Mountjoy-Bellott“, una disputa tra due fabbricanti di parrucche, Christopher Mountjoy e il genero Stephen Bellott. I documenti del processo contengono la deposizione di Shakespeare, segnata con la sua firma.

All’inizio del 1613, morì l’ultimo fratello di Shakespeare, Richard, lasciando William e la sorella Joan come unici figli sopravvissuti di John Shakespeare. In marzo, Shakespeare acquistò una casa a Londra, l’ex portineria dell’abbazia dei Frati Neri (Blackfriars), vicino al teatro omonimo, per 140 sterline, di cui 80 in contanti. Da questo momento, non si ha più notizia di nuove produzioni di Shakespeare.

Nel novembre 1614, trascorse diverse settimane a Londra in compagnia del genero John Hall.

Il 10 febbraio 1616, sua figlia Judith sposò Thomas Quiney. Tuttavia, prima del matrimonio, Quiney aveva messo incinta una ragazza di Stratford. Il 25 marzo seguente, Shakespeare redasse il testamento: la maggior parte dei suoi beni andò alla figlia Susanna e al marito; Judith ricevette alcune somme di denaro con specifiche restrizioni, mentre alla moglie lasciò l’uso della seconda camera da letto nella casa di New Place. Inoltre, destinò vari oggetti e somme per l’acquisto di anelli a conoscenti di Stratford e agli attori Richard Burbage, John Heminges e Henry Condell.

William Shakespeare morì il giorno del suo 52º compleanno, il 23 aprile 1616 secondo il calendario giuliano, rimanendo sposato ad Anne fino alla fine. John Ward, un vicario di Stratford, raccontò circa 50 anni dopo che Shakespeare, dopo una serata passata in campagna con Michael Drayton e Ben Jonson, in cui aveva bevuto molto alcol, morì a causa di una febbre contratta in quell’occasione. Tuttavia, questa storia potrebbe essere una delle molte leggende legate alla vita dello scrittore.

Shakespeare fu sepolto nel coro della Holy Trinity Church, la chiesa parrocchiale di Stratford, grazie al pagamento di una quota della decima della chiesa, pari a 440 sterline. Accanto alla sua tomba, si trova un monumento commissionato probabilmente dalla sua famiglia: un busto che ritrae Shakespeare mentre scrive.

L’epitaffio sulla sua tomba recita:
«Caro amico, per l’amor di Gesù astieniti,
dallo smuovere la polvere qui contenuta.
Benedetto sia colui che ha cura di queste pietre,
E maledetto sia colui che disturba le mie ossa»

Opere di William Shakespeare

La vasta produzione poetica e teatrale di Shakespeare rappresenta un pilastro fondamentale della letteratura occidentale, studiata e portata in scena in tutto il mondo. La sequenza cronologica delle sue opere è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi.

Il First Folio del 1623, compilato da John Heminges e Henry Condell, comprende 36 opere teatrali di Shakespeare, divise tra tragedie, commedie e drammi storici, anche se nessuna delle sue opere poetiche è stata inclusa in questa raccolta.

Verso la fine del XIX secolo, Edward Dowden ha etichettato quattro delle ultime commedie shakespeariane, tra cui Pericle, principe di Tiro, La tempesta, I due nobili congiunti e Il racconto d’inverno, come “drammi romanzeschi“. Questa definizione è stata spesso adottata dalla critica successiva.

Nel 1896, Frederick S. Boas coniò il termine “drammi problematici” per descrivere altre tre opere, Tutto è bene quel che finisce bene, Misura per misura e Troilo e Cressida, aggiungendo che Amleto sarebbe un legame tra questi drammi e le tragedie successive. Anche se questa classificazione è oggetto di discussione, il termine “drammi problematici” rimane in uso, anche se Amleto è generalmente considerato una “autentica” tragedia.

Ci sono anche altre opere attribuite a Shakespeare che sono considerate apocrife. Alcune, come Cardenio e Pene d’amore vinte, sono andate perdute nel corso del tempo.

Opere teatrali

Inizialmente, Shakespeare ha collaborato con altri autori nella creazione delle sue prime opere teatrali, seguendo la tradizione dell’epoca elisabettiana. Tra queste prime opere vi è Tito Andronico, lodato da un drammaturgo del tardo Seicento per il suo contributo nel perfezionamento dei personaggi principali. Altre opere come I due nobili congiunti, scritte insieme a John Fletcher, e Cardenio, che è andata perduta nel tempo, hanno documenti che precisano l’attribuzione a Shakespeare.

Le prime opere di Shakespeare si concentravano su Enrico VI; Enrico VI, parte I, presumibilmente composta tra il 1588 e il 1592, potrebbe essere stata la sua prima opera messa in scena, se non commissionata, da Philip Henslowe. Seguono Enrico VI, parte II, Enrico VI, parte III e Riccardo III, formando retrospettivamente una tetralogia sulla Guerra delle due rose e sugli eventi immediatamente successivi. Queste opere, in varia misura, sono state scritte coinvolgendo diverse voci, attingendo abbondantemente dalle Cronache di Raphael Holinshed, ma sempre più caratterizzate dallo stile unico del drammaturgo. Esse narrano i conflitti tra le dinastie York e Lancaster, terminati con l’avvento della dinastia Tudor, dalla quale discendeva Elisabetta I. Questa tetralogia appare, nel complesso, più come un appello alla pace civile piuttosto che una celebrazione della monarchia o dei meriti della sua casata.

Molte opere del primo periodo di Shakespeare sono state influenzate dalle opere di altri drammaturghi elisabettiani, in particolare Thomas Kyd e Christopher Marlowe, oltre alle tradizioni del teatro medievale e agli scritti di Seneca. Alcune commedie di questo periodo, collocate prima delle opere mature, mostrano forti tracce dell’eufuismo, delle opere dei letterati rinascimentali e dell’ambientazione italiana. Tra queste troviamo I due gentiluomini di Verona, La commedia degli errori, che presenta elementi dei modelli classici, e La bisbetica domata, che secondo alcuni studiosi deriverebbe da una storia popolare, ma che ha fonti nelle novelle di Giambattista Cinzio che hanno anche ispirato Otello e Misura per misura.

Dal 1594, a causa della peste e dell’aumento della censura, diverse compagnie teatrali scomparvero mentre emersero nuove realtà, come The Lord Chamberlain’s Men, nella quale Shakespeare partecipò come autore e attore. La sua capacità di individuare i temi più richiesti e di riscrivere i testi in modo che evitassero la censura del Master of the Revels, lo aiutò a raggiungere rapidamente il successo. Le sue prime commedie, influenzate dallo stile classico e italiano, con trame matrimoniali strette e sequenze comiche precise, cambiarono nel 1594 verso un’atmosfera più romantica, con toni a volte più scuri e propri di una tragicommedia.

In tutte le sue opere di questo periodo, c’è il wit, un gioco di parole sottile. Shakespeare riesce a rendere strumenti espressivi i giochi di parole, gli ossimori, le figure retoriche, utilizzandoli per creare contrasti voluti tra la raffinatezza della scrittura e i sentimenti autentici dei personaggi. Questo periodo, sebbene caratterizzato da commedie romantiche, inizia con una tragedia, “Romeo e Giulietta“, una delle sue opere più celebri, per poi passare a “Sogno di una notte di mezza estate“, che introduce elementi come la magia e le fate, e “Il mercante di Venezia“. Completa questo periodo con “Molto rumore per nulla“, noto per l’ingegno e i giochi di parole, “Come vi piace“, con la suggestiva ambientazione rurale, e “La dodicesima notte” e “Le allegre comari di Windsor“, per la loro vivace allegria.

Nello stesso periodo nacque una serie di drammi storici inglesi. Dopo “Riccardo II“, scritto principalmente in versi, Shakespeare presentò alcune commedie in prosa alla fine del XVI secolo, come “Enrico IV“, parte I e II, e “Enrico V“. L’ultima opera di questa fase fu “Giulio Cesare“, basata sulla traduzione di Thomas North delle Vite parallele di Plutarco. La produzione di opere storiche legate alle origini della dinastia regnante si accompagnò al successo di questo genere. Opere come “Edoardo III“, attribuite solo in parte a Shakespeare, mostrano un esempio positivo di monarchia, in contrasto con il ritratto negativo di “Riccardo III“. “Re Giovanni“, una riscrittura abile di un testo del 1591, racconta la storia di un monarca instabile e dei personaggi controversi che lo circondano. In queste opere, i personaggi divennero più complessi e delicati, passando abilmente da scene comiche a serie, da prosa a poesia, creando una notevole varietà narrativa. L’introduzione di personaggi immaginari, come Falstaff, giocò un ruolo fondamentale nel successo dei drammi di Shakespeare.

Nei primi anni del XVII secolo, Shakespeare creò opere innovative, definite da Frederick S. Boas come “drammi dialettici” o “problem plays“. Questi drammi segnano una svolta nella rappresentazione teatrale, dando voce alle contraddizioni umane e affrontando i dilemmi dell’epoca, distaccandosi dai vecchi schemi medioevali. Questi includono “Tutto è bene quel che finisce bene“, “Misura per misura“, “Troilo e Cressida” e parzialmente anche “Amleto“. Quest’ultimo, con il suo celebre monologo “Essere o non essere“, ha reso il protagonista un personaggio ampiamente conosciuto e studiato.

Nel 1603, un momento cruciale per il teatro inglese, Giacomo I ascese al trono e diede impulso alle arti sceniche. Questo evento segnò il passaggio dei Chamberlain’s Men, una rinomata compagnia teatrale, che in seguito divenne King’s Men. Shakespeare dedicò alcune delle sue opere più importanti a Giacomo I, come “Otello“, “Re Lear” e “Macbeth“, scritte in occasione dell’ascesa al trono del sovrano scozzese.

A differenza del tormentato Amleto, i protagonisti di queste tragedie come Otello e Re Lear sono sconfitti da decisioni affrettate e fatali. Le trame spesso ruotano attorno a questi errori, che ribaltano l’ordine esistente e portano alla rovina dell’eroe e dei suoi cari. Le tre ultime tragedie, influenzate dall’insegnamento di Amleto, restano aperte, non offrendo una risoluzione definitiva ma suscitando ulteriori domande. In questi drammi, l’esperienza catartica dell’azione scenica assume più importanza della sua conclusione. Ciò che conta non è il risultato finale, ma il viaggio stesso.

Le ultime opere tragiche di Shakespeare, lodate anche da Thomas Stearns Eliot, comprendono alcune delle sue poesie più famose. Questi drammi, ambientati nell’antichità classica, offrono spunti politici che si riflettono nella storia antica e trovano corrispondenze nella realtà britannica. “Antonio e Cleopatra” utilizza una scrittura poetica per enfatizzare la grandezza del tema e le vicende storiche e politiche dell’Impero Romano. “Coriolano” affronta il tema del declino dei potenti, esplorando vizi e virtù e dando voce a un’intera comunità come se fosse un coro. “Timone d’Atene”, probabilmente scritto con la collaborazione di Thomas Middleton, riflette sia i rischi dell’individualismo moderno che la denuncia della corruzione e del potere del denaro.

Verso la fine della sua carriera, il teatro londinese attraversa un cambiamento significativo: il pubblico aristocratico e della nuova borghesia preferisce teatri più piccoli come il Blackfriars Theatre. Questo pubblico sembra richiedere più intrattenimento che coinvolgimento nelle rappresentazioni. Alcuni osservatori vedono questo cambiamento come un segno di una visione più tranquilla della vita da parte di Shakespeare. Il drammaturgo, sempre attento alle preferenze del suo pubblico, scrive nuovi drammi, i cosiddetti “drammi romanzeschi“, tornando in parte agli scritti romantici e alle tragicommedie. Nascono opere come “Pericle, principe di Tiro”, “Cimbelino”, “Il racconto d’inverno”, “La tempesta” e “I due nobili cugini”.

A differenza delle tragedie precedenti, molte di queste opere terminano con la riconciliazione e il perdono di errori che potrebbero essere stati fatali. In “Enrico VIII“, l’ultimo grande rifacimento di un dramma storico già in scena per compagnie teatrali rivali, Shakespeare, probabilmente con l’aiuto di Fletcher, raffina e arricchisce la trama, toccando temi che aveva esplorato in precedenza, dalla cronaca storica alla morale, e richiamando lo stile dell’età elisabettiana ormai giunta alla fine. Shakespeare, inoltre, abolisce le tre unità aristoteliche nelle sue opere teatrali.

Elenco delle opere teatrali di Shakespeare
Tragedie

Tito Andronico (1589-1593)
Romeo e Giulietta (1594-1596)
Giulio Cesare (1599)
Amleto (1600-1602)
Troilo e Cressida (1601)
Otello (1604)
Re Lear (1605-1606)
Macbeth (1605-1608)
Timone di Atene (1605-1608)
Antonio e Cleopatra (1607)
Coriolano (1607-1608)

Commedie

I due gentiluomini di Verona (1590-1595)
La commedia degli errori (1592)
La bisbetica domata (1593)
Pene d’amore perdute (1593-1596)
Il mercante di Venezia (1594-1597)
Sogno di una notte di mezza estate (1595)
Molto rumore per nulla (1598-1599)
Come vi piace (1599-1600)
La dodicesima notte (1599-1601)
Le allegre comari di Windsor (1599-1601)
Tutto è bene quel che finisce bene (1602-1603)
Misura per misura (1603)

Drammi storici

Enrico VI, parte I (1588-1590)
Enrico VI, parte II (1588-1592)
Enrico VI, parte III (1588-1592)
Riccardo III (1591-1592)
Riccardo II (1595)
Enrico V (1598-1599)
Enrico IV, parte I (1597)
Enrico IV, parte II (1598)
Enrico VIII (1612-1613)
Re Giovanni (1590-1597)

Drammi romanzeschi

Pericle, principe di Tiro (1607-1608)
Cimbelino (1609)
Il racconto d’inverno (1610-1611)
La tempesta (1611)

Opere perdute

Pene d’amore vinte
Cardenio

Rappresentazioni teatrali

Le prime opere di Shakespeare furono messe in scena da varie compagnie teatrali, come evidenziato dal frontespizio dell’edizione del 1594 del Tito Andronico, che riportava la tragedia rappresentata da tre gruppi di attori diversi. Dopo l’epidemia di peste del 1592-1593, le opere di Shakespeare furono affidate alla compagnia teatrale The Lord Chamberlain’s Men. Questa compagnia si esibiva presso The Theatre e The Curtain a Shoreditch. A seguito di un conflitto con il proprietario di The Theatre, Richard Burbage, il capo dei The Lord Chamberlain’s Men, decise di demolire la struttura per costruire il Globe Theatre utilizzando il legno rimanente, al fine di proteggere l’investimento.

Il Globe Theatre fu aperto nell’autunno del 1599 e ospitò alcune delle prime rappresentazioni teatrali, inclusa Giulio Cesare, e successivamente, altre grandi opere shakespeariane come Amleto, Otello e Re Lear.

Nel 1603, i The Lord Chamberlain’s Men ottennero il favore di Re Giacomo I e cambiarono nome in King’s Men. Anche se le loro esibizioni non furono regolari, si esibirono sette volte a corte tra il 1604 e il 1605. Dal 1608 si spostarono al Blackfriars Theatre in inverno e al Globe in estate. Purtroppo, il Globe Theatre venne distrutto da un incendio accidentale durante la rappresentazione dell’Enrico VIII nel 1613.

Le scenografie elaborate combinate con le maschere alla moda dell’epoca giacobina permisero a Shakespeare di introdurre dispositivi scenici più complessi. Tra gli attori della compagnia di Shakespeare c’erano Richard Burbage, William Kempe, Henry Condell e John Heminges. Burbage interpretò ruoli importanti in opere come Riccardo III, Amleto, Otello e Re Lear. William Kempe, celebre attore comico, interpretò personaggi come Pietro in Romeo e Giulietta e Dogberry in Molto rumore per nulla, prima di essere sostituito alla fine del XVI secolo da Robert Armin, noto per i ruoli di Pietraccia in Come vi piace e il Fool in Re Lear.

Opere poetiche

Durante gli anni 1592-1594, a Londra, l’epidemia di peste chiuse i teatri. In quel periodo, Shakespeare, in attesa della riapertura dei teatri, compose due poemi dedicati a Henry Wriothesley, III conte di Southampton: “Venere e Adone“, pubblicato nel 1593 e ripubblicato molte volte con grande successo, e “Il ratto di Lucrezia” l’anno successivo, che ebbe meno fortuna. I due poemi, influenzati dalle “Metamorfosi” di Ovidio, affrontano temi erotici e mostrano il senso di colpa e la confusione morale causati dalla passione incontrollata.

Negli anni seguenti, Shakespeare occasionalmente scrisse altri poemi e sonetti, principalmente condivisi tra amici. Nel 1609, senza il suo consenso, l’editore Thomas Thorpe pubblicò “Sonnets“, una raccolta di 154 sonetti dell’autore. Scritti principalmente tra il 1593 e il 1595, questi sonetti costituiscono l’unica opera autobiografica di Shakespeare, considerata anche un libro di profonda riflessione filosofica. Gli studiosi dividono questa raccolta in due parti: i primi sonetti (1-126) dedicati a un non specificato “bell’amico” e i successivi (127-154) a una “donna misteriosa“. Tra questi, ci sono anche sonetti che parlano di un “poeta rivale“.

Un terzo poema narrativo, “A Lover’s Complaint“, generalmente attribuito a Shakespeare, fu incluso nella prima edizione dei “Sonnets” del 1609. Nel 1599, due versioni dei sonetti 138 e 144 furono inserite, senza autorizzazione, nel libro “Il pellegrino appassionato“, pubblicato sotto il nome di Shakespeare. “La fenice e la tortora“, incluso in “Love’s Martyr“, poema di Robert Chester, è considerato uno dei lavori più enigmatici del Bardo e ha generato diverse interpretazioni conflittuali.

Opere poetiche di Shakespeare:

Sonnets (1591-1604)
Venere e Adone (1592–1593)
Lo stupro di Lucrezia (1594)
A Lover’s Complaint (1595-1596)
Il pellegrino appassionato (1599)
La fenice e la tortora (1600-1601)

Opere apocrife

Negli anni, alcuni lavori teatrali e poesie sono stati collegati a Shakespeare, ma c’è incertezza sulla loro vera paternità. Questo perché alcune opere non sono presenti nel First Folio e nel Palladis Tamia di Francis Meres. Tra queste ci sono opere come Arden of Feversham, del 1592, che alcuni credono parzialmente di Shakespeare perché è stata messa in scena almeno una volta dai The Lord Chamberlain’s Men. C’è anche Edoardo III, del 1596, uscita anonima e alcuni studiosi pensano che una parte sia di Shakespeare. Locrine, del 1595, ha scritto “Appena redatta, supervisionata e corretta da WS“. Sir John Oldcastle, del 1600, inizialmente attribuita a Shakespeare (anche se il diario di Philip Henslowe dice che è stata scritta da altri quattro scrittori). Thomas Lord Cromwell, pubblicata nel 1602, sembra che Shakespeare non abbia contribuito. To the Queen, una poesia considerata l’epilogo di Come vi piace, rientra anche in queste opere incerte.

The London Prodigal, stampata nel 1605 col nome di Shakespeare, alcuni studiosi ritengono che manchi di elementi tipici delle sue opere. The Puritan, A Yorkshire Tragedy e The Second Maiden’s Tragedy, uscite rispettivamente nel 1607, 1608 e 1611 e attribuite a “W.S.”, sono state poi considerate di Thomas Middleton. Ci sono anche opere come The Birth of Merlin, pubblicata nel 1662 come lavoro di Shakespeare e William Rowley, ma probabilmente scritta nel 1622, sei anni dopo la morte di Shakespeare. Sir Tommaso Moro, un dramma censurato con numerosi tagli; forse tre pagine potrebbero essere di Shakespeare, rappresentando così l’unico documento autografo del Bardo arrivato fino a noi, a parte alcune firme su documenti.

Ci sono opere attribuite a Shakespeare che sono andate perse nel tempo; Cardenio (The History of Cardenio), una commedia messa in scena dai King’s Men nel 1613. Nel 1653, il libraio Humphrey Moseley la registrò attribuendola a Shakespeare e John Fletcher. Non conosciamo il contenuto di questa commedia, ma probabilmente si basava sul personaggio Cardenio del Don Chisciotte. Nel Palladis Tamia, Meres menziona Pene d’amore vinte (Love’s Labour’s Won) come lavoro di Shakespeare; alcuni pensano sia una commedia che non ci è pervenuta, altri credono che Meres si riferisse a un altro titolo di una commedia di Shakespeare che conosciamo. Alcuni studiosi ipotizzano anche l’esistenza di Ur-Hamlet, una prima versione di Amleto.

Edizioni e pubblicazioni

Shakespeare, a differenza di Ben Jonson, non ha contribuito alla redazione e alla pubblicazione delle sue opere. Sebbene abbia scritto due poemetti giovanili (Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia), non si è mai preoccupato di far stampare le sue opere. All’epoca, le compagnie teatrali detenevano i diritti sulle opere, e pubblicarle avrebbe significato renderle accessibili a compagnie concorrenti. I testi disponibili sono solitamente trascrizioni dalle prime rappresentazioni o derivano direttamente dai manoscritti autografati dello scrittore o dai copioni originali.

Le prime stampe erano indirizzate a un pubblico popolare e non presentavano particolari attenzioni estetiche. Il formato usato, chiamato in quarto, consisteva in fogli piegati in quattro parti, talvolta con le pagine disordinate. La seconda edizione, destinata a un pubblico più agiato, presentava una migliore cura della presentazione e utilizzava il formato in folio.

Nel 1598 Francis Meres pubblicò Palladis Tamia, il primo resoconto critico enciclopedico sulle opere di Shakespeare, fondamentale per la cronologia dei suoi drammi. Il First Folio, noto come Mr. William Shakespeare’s Comedies, Histories & Tragedies, fu la prima raccolta delle sue opere, pubblicata nel 1623 da John Heminges e Henry Condell, comprendente 36 testi, di cui 18 pubblicati per la prima volta, classificati come tragedie, commedie e drammi storici. Anche se non include poesie e poemi, il First Folio rappresenta la principale fonte per circa venti opere e rimane fondamentale anche per molte già pubblicate in precedenza. Due opere, I due nobili congiunti e Pericle, principe di Tiro, non sono incluse nel First Folio ma sono generalmente accettate come parte del canone shakespeariano, riconosciuto per il notevole contributo di Shakespeare nella loro composizione.

La ricerca dei testi originali di Shakespeare è diventata prioritaria per gli editori moderni, data la presenza di refusi, errori di stampa e interpretazioni errate. Inoltre, Shakespeare spesso usava diverse ortografie per la stessa parola, aumentando la complessità delle trascrizioni. Gli editori devono quindi ricostruire i testi eliminando gli errori. È noto che Shakespeare ha potuto rivisitare le sue composizioni nel tempo, creando versioni diverse della stessa opera. Gli editori moderni devono scegliere tra la versione originale e quella revisionata, solitamente più adatta per la rappresentazione teatrale. In passato, gli editori fondavano le versioni, ma molti critici ritengono che questo sia in contrasto con le intenzioni di Shakespeare.

Stile

Le prime opere di Shakespeare furono scritte seguendo lo stile convenzionale dell’epoca, caratterizzato da un linguaggio formale che non sempre si adattava perfettamente ai personaggi e alle opere. La poesia era basata su metafore estese e complesse, e il linguaggio spesso risultava retorico, pensato più per essere declamato che per essere parlato. Tuttavia, con il passare del tempo, Shakespeare cominciò a personalizzare lo stile tradizionale, riuscendo a combinare le convenzioni e la scrittura del passato con le aspettative del pubblico.

Nel periodo di opere come Romeo e Giulietta, Riccardo II e Sogno di una notte di mezza estate, Shakespeare aveva già sviluppato uno stile più naturale e scorrevole, in cui elementi comici e tragici coesistevano armoniosamente nello stesso testo. La sua originalità non risiedeva solo negli intrecci delle trame, ma nella vastità con cui assimilava influenze diverse.

La forma poetica standard utilizzata da Shakespeare era il blank verse, ereditato dalla tradizione classica inglese e adottato anche da altri scrittori come Christopher Marlowe. Questo tipo di verso, composto da cinque accenti giambici (pentametro giambico), non seguiva uno schema di rime. Tuttavia, le frasi spesso coincidevano con le righe, aumentando il rischio di una lettura monotona. Nel corso della sua carriera, Shakespeare riuscì a modificare il ritmo del blank verse, conferendogli maggiore forza e flessibilità.

Dopo Amleto, Shakespeare apportò ulteriori modifiche al suo stile poetico, specialmente nei momenti più emotivi delle tragedie, accentuando l’illusione teatrale. Questa fase della sua carriera è stata descritta come “più concentrata, veloce, varia e meno regolare nella costruzione“. Negli ultimi anni, adottò tecniche letterarie come enjambement, pause irregolari e variazioni significative nella struttura delle frasi e nella lunghezza dei versi, coinvolgendo maggiormente il pubblico. Nelle opere mature, la sequenza cronologica degli eventi e i colpi di scena nella trama si combinavano con frasi lunghe e brevi, inversioni tra oggetto e soggetto e omissioni di parole, creando spontaneità e coinvolgimento. Shakespeare coniugò il suo genio poetico con un approccio pratico al teatro, strutturando le trame per creare vari centri di interesse e mostrare differenti punti di vista senza schemi preordinati.

Fonti letterarie

Le fonti letterarie di Shakespeare riflettono la sua pratica comune di rielaborare opere preesistenti e intrecciare narrativamente diverse fonti. Inizialmente, si ispirava alle opere dei suoi contemporanei, soprattutto quelle del teatro elisabettiano, per creare il suo repertorio. Ad esempio, per “Come vi piace“, ha preso spunto da “Rosalynde” di Thomas Lodge, mentre per “Il racconto d’inverno“, da “Pandosto o il trionfo del tempo” di Robert Greene. Inoltre, ha utilizzato opere straniere tradotte in inglese, come “The tragical History of Romeus and Juliet” di Arthur Brooke per “Romeo e Giulietta” e “Diana Enamorada” di Jorge de Montemayor per “I due gentiluomini di Verona” e “Sogno di una notte di mezza estate”.

Per i drammi storici, Shakespeare si è principalmente basato sulle dettagliate cronache degli storici Tudor, come evidenziato in opere come “The Union of the Two Noble and Illustre Families of Lancastre and Yorke” di Edward Hall e “Chronicles of England, Scotland and Ireland” di Raphael Holinshed.

Le influenze delle novelle italiane sono riconoscibili in opere come “Romeo e Giulietta“, tratto dalle novelle di Matteo Bandello, e “Tutto è bene quel che finisce bene” e “Cimbelino“, ispirate al “Decameron” di Giovanni Boccaccio. La traduzione inglese delle novelle di Giambattista Giraldi Cinzio ha influenzato “Misura per misura” e ha fornito la fonte principale per “Otello“.

Anche autori classici hanno contribuito alla creazione delle opere shakespeariane. Plutarco e le sue “Vite parallele” hanno ispirato “Giulio Cesare“, “Antonio e Cleopatra“, “Coriolano” e “Timone d’Atene“. Plauto è stato fonte d’ispirazione per “La commedia degli errori” e “La dodicesima notte“, mentre Seneca ha contribuito ad alcuni elementi di “Tito Andronico“. Ovidio è il modello dichiarato per i poemetti giovanili di Shakespeare, “Venere e Adone” e “Lo stupro di Lucrezia“, e la sua opera “Metamorfosi” ha influenzato diverse opere, tra cui “Sogno di una notte di mezza estate”, “Troilo e Cressida” e “La tempesta“.

Temi del teatro di Shakespeare

Shakespeare, nel suo vasto repertorio teatrale, affronta numerosi temi che riflettono la complessità e la varietà dell’esperienza umana. Tra questi, l’amore occupa un ruolo centrale, manifestandosi come una passione disperata in “Otello” e come una passione sensuale in “Romeo e Giulietta“. La lotta per il potere è un altro tema ricorrente, evidente in opere come “Amleto“, “Macbeth” e “Re Lear“. La giustizia, la morte, la fugacità della vita e la precarietà dell’esistenza sono altrettanti aspetti esplorati, con il celebre monologo di Amleto che riflette sull’essere, il non essere e i dilemmi esistenziali.

La dimensione illusoria della vita e i dubbi che permeano l’esistenza umana sono spesso presenti nei lavori di Shakespeare. Il tema della mente disturbata, della follia, è evidente in personaggi come Amleto. Figure sovrannaturali, come spettri, streghe, fate ed elfi, introducono elementi fantastici e irrazionali, derivati dalla tradizione popolare e medievale, che rappresentano le ansie e le colpe umane.

La lotta per il potere è un tema rilevante, influenzato dalla realtà dell’epoca caratterizzata dalla monarchia assoluta, generando brama di potere, rivalità e invidie. Le figure femminili nelle opere di Shakespeare sono dotate di forte individualità e autonomia, con personaggi come Giulietta, Desdemona e Porzia che mostrano diversità nei loro caratteri e comportamenti.

Shakespeare riflette sia gli ideali del Rinascimento, celebrando la creatività e la razionalità umane, sia la sensibilità del barocco, esplorando le lacerazioni della coscienza individuale, l’incertezza degli ideali e la mutevolezza del destino. I suoi drammi sondano l’identità umana, l’assurdità della vita e i misteri dell’animo umano, senza giungere a una verità unica che possa risolvere le ansie esistenziali.

Nelle sue opere, Shakespeare esprime un dubbio radicale sulla vita, sottolineando la brevità, la fragilità e la minaccia costante della morte. Le celebri affermazioni di Macbeth sulla vita come “un’ombra che cammina” e di Prospero su come siamo “fatti della stessa sostanza dei sogni” riflettono l’idea di Shakespeare che la vita potrebbe essere un’illusione, un sogno. Tuttavia, lascia aperta la questione, senza fornire risposte definitive, stimolando la riflessione sulla realtà e sull’illusione, temi centrali anche nell’arte barocca dell’epoca.

Fortuna

Durante la sua vita, sebbene non fosse tanto venerato e apprezzato come lo è diventato dopo la sua morte, William Shakespeare ricevette comunque numerosi elogi per le sue opere. Nel 1598, Francis Meres lo incluse in un gruppo di scrittori inglesi definiti “i più eccellenti“. Gli autori del Parnassus del St John’s College di Cambridge lo paragonarono a Geoffrey Chaucer, John Gower e Edmund Spenser. Anche Ben Jonson, nel First Folio, mostrò apprezzamento per le sue opere.

Durante la restaurazione inglese e alla fine del XVII secolo, l’apprezzamento per le idee e i modelli classici portò i critici dell’epoca a preferire John Fletcher e Ben Jonson rispetto a Shakespeare. Thomas Rymer, per esempio, criticò il drammaturgo per la sua combinazione di comico e tragico; tuttavia, il poeta e critico John Dryden aveva una grande considerazione di Shakespeare, dichiarando riguardo a Jonson, “Lo ammiro, ma amo Shakespeare“. Per alcuni decenni, il giudizio di Rymer non fu ampiamente accettato, ma nel corso del XVIII secolo, i critici cominciarono a riconoscere l’importanza e il genio del Bardo. Una serie di critiche letterarie sulle sue opere, in particolare quella di Samuel Johnson del 1765 e di Edmond Malone del 1790, contribuirono alla sua crescente reputazione. Nel 1800, Shakespeare fu designato poeta nazionale. Tra il XVIII e il XIX secolo, la sua fama si diffuse anche all’estero; tra coloro che ammirarono le sue opere vi sono Voltaire, Goethe, Stendhal e Victor Hugo.

Durante l’età romantica, l’importanza dei lavori di Shakespeare fu ulteriormente riconosciuta; fu elogiato dal poeta e filosofo Samuel Taylor Coleridge, mentre il critico Wilhelm August von Schlegel tradusse le sue opere nello spirito del romanticismo tedesco. Nel XIX secolo, l’ammirazione critica per il genio di Shakespeare talvolta sfociò in eccessi e adorazione; i vittoriani allestirono le sue opere in maniera sontuosa e su larga scala. George Bernard Shaw definì il culto di Shakespeare come bardolatria, ritenendo che il nuovo naturalismo di Ibsen avesse reso obsolete le opere shakespeariane.

La rivoluzione modernista del XX secolo impiegò entusiasticamente i testi di Shakespeare al servizio dell’Avanguardia. Gli espressionisti in Germania e i futuristi a Mosca organizzarono alcune rappresentazioni delle sue commedie; Bertolt Brecht mise in scena il suo teatro epico, influenzato dalle opere di Shakespeare. Il poeta e critico T. S. Eliot, insieme a G. Wilson Knight e al New Criticism, sostenne la necessità di una lettura più attenta delle opere di Shakespeare. Negli anni ’50, nuovi approcci critici diedero il via a studi post-moderni sul Bardo. Negli anni ’80, le sue opere cominciarono a essere utilizzate per nuovi movimenti come lo strutturalismo, il femminismo, il New Historicism, gli studi afro-americani e queer.

Influenza

Gli scritti di William Shakespeare hanno lasciato un’impronta profonda nel teatro e nella letteratura successiva. Shakespeare ha ampliato notevolmente le possibilità drammatiche della caratterizzazione dei personaggi, degli intrecci e del linguaggio. A differenza dell’uso tradizionale dei monologhi per fornire informazioni sugli eventi o i personaggi, Shakespeare li ha impiegati per esplorare i pensieri più profondi dei personaggi.

Il suo impatto si estende anche alla poesia successiva, con la poesia romantica che ha cercato di rivivere la maestria drammatica di Shakespeare, sebbene con risultati limitati. George Steiner ha descritto la poesia drammatica inglese da Coleridge a Tennyson come “flebili variazioni di temi shakespeariani“. Shakespeare ha influito su noti romanzieri come Thomas Hardy, William Faulkner e Charles Dickens. Anche Herman Melville, autore di Moby Dick, ha tratto ispirazione dai monologhi shakespeariani, creando un eroe tragico nel Capitano Achab, modellato sul King Lear.

Il legame tra Shakespeare e la musica è evidente in opere liriche di Giuseppe Verdi, come Macbeth, Otello e Falstaff. Inoltre, pittori romantici e preraffaelliti, tra cui Henry Fuseli, hanno trovato ispirazione nelle sue opere.

Nel contesto linguistico, la scrittura di Shakespeare ha contribuito alla formazione dell’inglese moderno. Ai tempi di Shakespeare, la grammatica, l’ortografia e la pronuncia erano meno standardizzate rispetto a oggi, e il suo uso del linguaggio ha influenzato lo sviluppo dell’inglese contemporaneo. Samuel Johnson, nel suo dizionario di lingua inglese, ha citato Shakespeare più frequentemente di qualsiasi altro autore, contribuendo alla canonizzazione di espressioni come “with bated breath” (“con il fiato sospeso”, da Il mercante di Venezia) e “a foregone conclusion” (“una conclusione inevitabile”, da Otello), ora parte integrante della lingua quotidiana.

Teorie su Shakespeare

La stragrande maggioranza degli studiosi shakespeariani ritiene con certezza che William Shakespeare, nato a Stratford on Avon, sia l’autore effettivo delle opere a lui attribuite. Nonostante ciò, la mancanza di dettagli sulla sua vita, la scarsità di documenti personali e la mancanza di lettere intestate a lui hanno alimentato dubbi sull’identità del celebre drammaturgo. Questi dubbi sono stati oggetto di dibattito accademico e pubblico sin dal XVIII secolo, ma non hanno ricevuto riconoscimento ufficiale dagli studiosi shakespeariani.

Tra le teorie più discusse, si è ipotizzato che l’autore delle opere shakespeariane potrebbe essere stato Francis Bacon, noto filosofo e scrittore, il quale avrebbe potuto scrivere le opere teatrali sotto uno pseudonimo. Altri candidati proposti includono Christopher Marlowe, drammaturgo morto nel 1593 ma ritenuto da alcuni studiosi attivo sotto falso nome, Edward de Vere, 17º conte di Oxford, un nobile colto che avrebbe potuto utilizzare uno pseudonimo per ragioni di decoro, e William Stanley, sesto Conte di Derby, genero di Edward de Vere.

Alcune ipotesi hanno addirittura messo in discussione l’identità inglese di William Shakespeare, suggerendo che il vero autore potrebbe essere stato il linguista e scrittore di origini italiane Giovanni Florio, noto anche come John. Studi approfonditi hanno evidenziato l’influenza di Florio sulle opere shakespeariane, con numerose parole e frasi coniate da lui che compariranno successivamente nelle opere di Shakespeare. Alcuni studiosi hanno proposto che Florio potrebbe essere stato coinvolto nella redazione del First Folio di Shakespeare.

Tra gli altri nomi avanzati come possibili autori delle opere shakespeariane ci sono Ben Jonson, Thomas Middleton, sir Walter Raleigh, Mary Sidney contessa di Pembroke e persino la regina Elisabetta I. Tuttavia, è importante sottolineare che queste teorie non hanno ottenuto accettazione diffusa nel contesto accademico.

Credo religioso

Alcuni esperti suggeriscono che i membri della famiglia di Shakespeare potessero essere cattolici; la madre, Mary Arden, proveniva da una famiglia di questa fede. Nel 1757, è stato trovato un testamento cattolico firmato da John Shakespeare nella casa del padre di Shakespeare. Sebbene il contenuto sia andato perduto, i dubbi sulla sua autenticità persistono. Nel 1591, le autorità riportarono più volte che John Shakespeare non partecipava alle funzioni domenicali “per paura di essere processato per debiti“, una scusa spesso usata dai cattolici per evitare le cerimonie protestanti. Tuttavia, documenti dell’epoca indicano che John Shakespeare aveva effettivi problemi economici in quel periodo. Nel 1606, il nome della figlia di Shakespeare, Susanna, comparve in una lista di persone che non avevano ricevuto la comunione durante la Pasqua di quell’anno.

Le opere di Shakespeare contengono indizi sia a favore sia contro il suo presunto cattolicesimo, ma la verità sembra difficile da stabilire in entrambi i casi. Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e studioso di letteratura, ha dichiarato durante l’Hay Festival in Galles del 2011: “Non credo che sia fondamentale posizionarlo come cattolico o protestante. Per quanto ne so, potrebbe avere avuto un background cattolico e molti amici cattolici“.

Il volto di Shakespeare

Esistono numerosi dipinti e sculture raffiguranti William Shakespeare, ma nella maggior parte dei casi sono opere realizzate successivamente alla sua morte. Gli artisti di queste opere non hanno mai visto il vero volto di Shakespeare. In passato, l’unica rappresentazione accettata per il suo valore documentario era la statua nel monumento funebre a Stratford. Tuttavia, la sua forma attuale è stata definita solo dopo il 1720, poiché originariamente presentava dettagli diversi, come Shakespeare che non teneva in mano una penna e un libro, ma si appoggiava a un sacco di grano. La famosa incisione presente sul First Folio del 1623 è effettivamente posteriore di alcuni anni alla morte di Shakespeare. Tra i ritratti il cui valore è oggetto di discussione, possiamo menzionare il Ritratto Chandos, il ritratto dell’Ely Palace, il ritratto Flowers, la maschera mortuaria Kesselstadt, il ritratto di Cornelius Janssen, la miniatura di Nicholas Hilliard e il più recente Ritratto Cobbe.

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