Poesia di John Keats – Da “Ode su un’urne greca”

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I
Tu, della quiete ancora inviolata sposa,
alunna del silenzio e del tempo tardivo,
Narratrice silvestre che un racconto
fiorito puoi così più che la nostra
rima dolcemente dire,
quale leggenda adorna d’aeree fronde si posa
intorno alla tua forma?
Di deità, di mortali o pur d’entrambi,
in Tempe o nelle valli
d’Arcadia? Quali uomini
sono questi o quali dèi,
quali ritrose vergini,
qual folle inseguimento, qual paura,
quali zampogne e timpani,
quale selvaggia estasi?

II
Dolci le udite melodie: più dolci
le non udite. Dunque, voi seguite,
tenere cornamuse, il vostro canto,
non al facile senso, ma, più cari,
silenziosi concenti date all’intimo cuore.
Giovine bello, alla fresca ombra mai
può il tuo canto laguire, né a quei rami
venir meno la fronda.
Audace amante e vittorioso, mai
mai tu potrai baciare,
pur prossimo alla meta, e tuttavia
non darti affanno: ella non può sfiorire
e, pur mai pago, quella
per sempre tu amerai, bella per sempre.