Giosuè Carducci: vita e opere

Giosuè Carducci: cerchi informazioni sul tuo poeta preferito? In questa pagina trovi vita, opere, poesie e componimenti letterari

Giosuè Carducci: vita e opere
Giosuè, Alessandro, Giuseppe Carducci è nato a Valdicastello (Lucca) il 27 luglio del 1835 ed è morto a Bologna il 16 febbraio del 1907. E’ stato un poeta, scrittore, critico letterario e accademico italiano. Fu il primo italiano a vincere il Premio Nobel per la letteratura (nel 1906).
Il nome è spesso riportato come “Giosue“, senza accento, poiché secondo alcuni questa forma sarebbe stata preferita dal poeta mentre secondo altri sarebbe un errore nella trascrizione dell’atto di nascita nella biografia del poeta di Giuseppe Chiarini: “Giosue, Alessandro, Giuseppe Carducci“.

L’infanzia

Il padre, Michele Carducci, fu prima studente di medicina a Pisa, poi cospiratore rivoluzionario che in seguito ai moti francesi del 1830 sognò che anche in Italia il corso degli eventi potessero prendere una direzione simile. Dopo che le autorità intercettarono una sua lettera, fu arrestato e confinato per un anno a Volterra, dove conobbe la futura moglie Ildegonda Celli, figlia di un orefice fiorentino (ma ridotta come lui in condizioni di povertà). Al termine del confino tornò a Pisa dove completò gli studi, e andò a vivere a Valdicastello (una frazione di Pietrasanta). In questa località sposò la Celli il 30 aprile 1834.

Il 27 luglio del 1835 nacque Giosuè Carducci (venne battezzato nella chiesa locale il giorno successivo). Il padre voleva chiamarlo “Giosuè” (come un amico reincontrato durante la gravidanza della moglie) mentre la madre avrebbe preferito “Alessandro” (come suo padre in quel momento gravemente malato). La spuntò il padre, ma Alessandro fu il secondo nome dato al futuro poeta. Giuseppe, il terzo nome, gli fu assegnato in omaggio al nonno paterno.

I problemi finanziari del padre si acuirono, costringendoli a lasciare Valdicastello e conducendoli a Seravezza, dove nel 1837 nacque il fratello Dante. Poi si spostarono nei pressi di Pontestazzemese, finché nel 1838 la famiglia si trasferì a Bolgheri, dove il padre ottenne una condotta nel feudo della Gherardesca. Nel 1941, a Bolgheri, nacque il secondo fratello, Valfredo.

Il padre disponeva di una discreta biblioteca, in cui si riflettevano le predilezioni classico-romantiche e quelle rivoluzionarie. Qui Carducci poté impegnarsi nelle prime letture, e scoprire l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, la Gerusalemme liberata, la Storia romana di Charles Rollin e la Storia della Rivoluzione francese di Adolphe Thiers.

Gli studi

Nei 10 anni a Bolgheri la famiglia visse in povertà e Giosuè non frequentò le scuole. Il padre incaricò, così, il sacerdote Giovanni Bertinelli di dargli lezioni di latino durante il giorno, mentre la sera era direttamente lui a impartirgli l’insegnamento di una lingua che il giovane amò profondamente sin dall’inizio.

Il progetto didattico del padre prevedeva anche la lettura dei classici latini (si dice che Giosuè sapesse a memoria i primi 4 libri delle Metamorfosi) ma anche del Manzoni e del Pellico.

Le idee politiche del padre, però, cominciarono a rendergli la vita impossibile in paese, tanto che dovette migrare. Fu così che il 28 aprile 1849 i Carducci si stabilirono a Firenze (in una misera abitazione di via Romana) dove Giosuè, 14enne, conobbe la 15enne Elvira, figlia del sarto Francesco Menicucci e della sua prima moglie. Menicucci aveva sposato in seconde nozze Anna Celli, la sorella di Ildegonda Celli ed era divenuto così parente della famiglia, instaurando un’assidua frequentazione che permise ai due ragazzi di vedersi spesso.

Il 15 maggio Carducci cominciò a frequentare il liceo nelle Scuole Pie degli Scolopi di San Giovannino acquisendo una sorprendente preparazione in campo letterario e retorico. L’insegnante di retorica era padre Geremia Barsottini, sacerdote con fama di liberale e poeta dilettante d’ispirazione romantica. Carducci strinse, poi, amicizia in particolare con due compagni, Giuseppe Torquato Gargani ed Enrico Nencioni, i quali notarono subito il suo talento superiore alla norma.

Nell’aprile 1851, la famiglia si trasferì a Celle sul Rigo sulle pendici del Monte Amiata, ma il giovane Carducci rimase a Firenze per continuare gli studi. Il maggior tempo libero gli permise di vedere più frequentemente Elvira Menicucci.

Alla scuola fu ammesso per l’anno 1851-1852 al corso di scienze. Invece, geometria e filosofia gli furono impartite da padre Celestino Zini (futuro arcivescovo di Siena). In quel periodo Carducci, che si dava anima e corpo allo studio anche a prezzo di grandi sacrifici, andava rafforzando una predilezione per i poeti classici dell’antichità. Tuttavia, la sua indole passionale lo portò a contatto anche con i romantici, soprattutto Schiller e Scott, mentre si entusiasmò per Leopardi e Foscolo.

Completati gli studi superiori, nel 1852 raggiunse la famiglia a Celle sul Rigo. Rimpianse la città e si mantenne lontano dai contatti con la gente del luogo (di mentalità ristretta e bigotta). L’unico conforto gli venne dalla frequentazione di Ercole Scaramucci, 35enne padre di famiglia, proprietario terriero e appassionato di letteratura. Insieme facevano lunghe passeggiate nei campi, sorvegliando con amore il lavoro dei contadini e parlando di poesia, mentre d’inverno in casa Scaramucci inscenavano, assieme alla bella e colta padrona di casa, le tragedie degli autori preferiti, Alfieri, Monti, Niccolini, Metastasio, Pellico. Quando, il 13 ottobre, Scaramucci morì, Giosuè, alle esequie, recitò un panegirico pieno di citazioni classiche e bibliche.

Esisteva, presso le Scuole Pie, l’Accademia dei “Risoluti e Fecondi”, detta anche dei “Filomusi”, presieduta dal Barsottini, di cui facevano parte i migliori alunni, come Carducci, Nencioni e Gargani. In una delle tornate di questa Accademia, nel 1853, furono letti alcuni versi carducciani che colpirono il canonico Ranieri Sbragia, allora rettore della Scuola Normale Superiore di Pisa, il quale incitò Barsottini a far in modo che il giovane concorresse per ottenere una borsa per la prestigiosa Università. Così, alla fine del 1853, si iscrisse alla Facoltà di Lettere, dove divenne amico di Ferdinando Cristiani e Giuseppe Puccianti (poi professori come lui).

Alla Normale, Carducci si diede allo studio anima e corpo. Ricevette il mandato di formare i professori di lettere antiche e lettere moderne, per le scuole primarie e secondarie di tutto il Regno d’Italia.

Nel settembre 1854 fu notato da Pietro Thouar, il fondatore del giornale “Letture di famiglia”, il quale mensilmente pubblicava un’appendice intitolata “L’Arpa del popolo”, in cui alcune poesie “facili” venivano spiegate ad uso della gente comune. Thouar offrì a Carducci di lavorare per questo supplemento, ed egli accettò con entusiasmo, dal momento che poteva così anche guadagnare qualche soldo.

Un’epidemia di colera afflisse alcune zone della Toscana nel 1854. Carducci, che si sentiva molto legato alla sua terra, non esitò a mettere da parte i libri per assistere giorno e notte a Piancastagnaio, assieme al padre e a Dante, le persone che venivano contagiate dal morbo.

Poi, il 2 luglio 1856 conseguì la laurea in filosofia e filologia con una tesi intitolata “Della poesia cavalleresca o trovadorica”.

Nel periodo universitario Carducci era solito recarsi nei giorni liberi a Firenze, per trascorrere del tempo in compagnia degli amici, tra cui spiccavano Giuseppe Torquato Gargani, Giuseppe Chiarini, Ottaviano Targioni Tozzetti, Enrico Nencioni e altri. Assieme a Nencioni e Chiarini cominciò a stampare, a partire dal 1855, dei versi nell'”Almanacco delle dame” edito dal cartolaio Chiari, e nel 1856 fece uscire nell'”Appendice alle Letture di Famiglia” (diretta e fondata dal Thouar) una traduzione e un commento dei versi 43-71 della prima “Georgica virgiliana” e dell'”Epodo VII” di Orazio. Con gli amici fiorentini diede anche vita al gruppo antiromantico degli “Amici pedanti“, assieme ai quali attaccò la corrente “odiernissima” dominante in città.

Nel 1856, dopo aver passato l’estate a Santa Maria a Monte, piccolo borgo della provincia di Pisa, fu ammesso, per interessamento del direttore della scuola, Giuseppe Pecchioli, al Ginnasio di San Miniato al Tedesco. Lo accompagnarono Ferdinando Cristiani e Pietro Luperini, due normalisti cui furono assegnati rispettivamente l’insegnamento della grammatica e delle umanità. Giosuè ebbe, invece, la cattedra di retorica per la quarta e quinta classe. I 3 abitavano a pigione subito fuori Porta Pisana, in una casetta nota nel vicinato come “casa de’ maestri”, e da loro definita Torre Bianca.

Dalla scuola, si poteva ammirare il paesaggio del Valdarno e Carducci faceva studiare, tradurre e commentare ai ragazzi soprattutto Virgilio, Tacito, Orazio e Dante, buttando “fuor di finestra gli Inni Sacri del Manzoni“.

L’entusiasmo iniziale durò poco, e presto il grigiore di un borgo chiuso e gretto prese il sopravvento. Non studiava né scriveva più, e persino la letteratura e la gloria gli parevano vane. “Perché perdere il mio tempo e la mia salute a far commenti e poesie?” scriveva ai fiorentini, “No, non faccio più nulla e non farò più nulla: e faccio bene“.

I debiti contratti presso Afrodisio (come veniva chiamato colui che li ospitava) e presso il proprietario del Caffè Micheletti, cominciarono ad assumere proporzioni preoccupanti. Fu così che Cristiani ebbe l’idea di far pubblicare le poesie di Carducci. Questi, offeso, rifiutò di prostituire i propri versi per un pubblico che non li avrebbe intesi. Ma, infine, siccome l’editore Ristori “offeriva un’edizione economica e trattamento da amico“, il poeta fu costretto a cedere.

A partire dal mese di maggio lavorò alla correzione dei testi che sarebbero dovuti comparire nel volumetto. Il libro vide la luce il 23 luglio 1857: era composto da 25 sonetti, 12 Canti e i Saggi. I debiti, però, non si estinsero ma aumentarono, tanto che alla fine furono i genitori dei ragazzi a pagarli.

Il volume non passò, però, inosservato. Fanfani pubblicò molti articoli denigratori ne “La Lanterna di Diogene”, scandalizzandosi del fatto che un certo E.M. (l’avvocato Elpidio Micciarelli, un amico del Targioni che nel gennaio 1858 fondò il settimanale Momo) avesse avuto l’ardire di definire Carducci miglior poeta italiano dopo Niccolini e Mamiani. Il “Momo” pubblicò alcuni sonetti satirici del Carducci, uno diretto contro Fanfani e uno contro Giuseppe Polverini (editore e proprietario de Il Passatempo). La polemica continuò per mesi, a colpi di caricature e sonetti.

Senza lavoro, in una situazione familiare che continuava ad essere attanagliata dalla precarietà economica, ai primi d’ottobre Carducci propose a Gaspero Barbera un’edizione di tutte le opere italiane di Angelo Poliziano. Barbera aveva recentemente fondato una casa editrice e cercava qualcuno che curasse le proprie edizioni di opere letterarie. Così, oltre ad accettare il lavoro, offrì a Carducci 100 lire per ogni volume di cui avesse curato la parte filogica e tipografica. Giosuè accettò con entusiasmo, e lavorò alle “Satire e poesie minori” di Vittorio Alfieri e a “La secchia rapita” del Tassoni.

La morte del fratello Dante

Il fratello Dante era ancora senza lavoro e la sua vita era sempre più dissipata. La sera del 4 novembre 1857, a Santa Maria a Monte, Dante arrivò in ritardo per cena, con al collo una sciarpa non sua. Al padre disse di averla ricevuta da una donna che aveva fama di facili costumi. Il padre, irritato, uscì dalla stanza seguito dalla moglie, che cercava di calmarlo. Al rientro trovarono il figlio che si era inferto una ferita mortale al petto. Giosuè era a Firenze. Avvertito, accorse al piccolo borgo e scrisse la canzone In memoria di D.C..

Il padre, profondamente scosso, non si riebbe più, ammalandosi progressivamente. Nelle riunioni con gli amici, Carducci trovò la forza per reagire. Il padre, intanto, peggiorava rapidamente, e il 15 agosto 1858 una lettera richiamò il figlio a casa. Quando arrivò il padre era già morto.

Giosuè dovette prendersi cura della famiglia, e tutti insieme si trasferirono a Firenze, andando ad abitare in affitto in una soffitta di Borgo Ognissanti. Si rimise a studiare alacremente, mentre gli amici sentirono l’esigenza di lasciar perdere le polemiche letterarie e fondare un giornale di studi letterari. Così nacque il Poliziano, mensile che vide la luce nel gennaio dell’anno successivo. Oltre a Carducci, Targioni e Chiarini, vi scrissero Antonio Gussalli (l’editore principe di Pietro Giordani), Donati, Puccianti e molti altri. Gli eventi politici, tuttavia, entravano nel vivo, e il giornale cessò in giugno le proprie pubblicazioni. Accanto alla collaborazione al Poliziano, Carducci andava intensificando il lavoro per Barbera.

Il matrimonio

Il 7 marzo del 1859 si celebrarono le nozze con Elvira Menicucci, figlia di Francesco Menicucci e figliastra di Anna Celli, sorella della madre Ildegonda (dalla quale avrà 2 figli e 3 figlie: Francesco morto dopo pochi giorni dalla nascita, Dante morto a soli 3 anni, Bice, Laura e Libertà). Provvisoriamente vissero nella casa di Borgo Ognissanti, e poi, 2 mesi dopo, si trasferirono in via dell’Albero, dove Giosuè riprese a lavorare e studiare.

La politica, la nascita delle figlie Bice e Laura, la spedizione dei Mille, l’insegnamento e la Massoneria

Ora le riunioni si tenevano al Caffè Galileo, all’angolo tra via de’ Cerretani e via Rondinelli, e coinvolgevano un gruppo più ampio, composto tra gli altri da Luigi Billi, Fortunato Pagani, Olinto Barsanti, Emilio Puccioni, Luigi Prezzolini e lo stesso editore Barbera.

Granduca Leopoldo II era stato cacciato il 27 aprile (segnando l’avvento del governo provvisorio di Bettino Ricasoli) e Carducci si dedicò alla composizione della canzone a lode di Vittorio Emanuele. Ebbe grande successo, come l’ode “Alla Croce di Savoia”, che Silvio Giannini volle a tutti i costi mettere in musica. L’opera fu musicata da Carlo Romani e cantata alla Pergola da Marietta Piccolomini. Presentato in quella circostanza al Ministro del culto Vincenzo Salvagnoli, si vide nuovamente offrire un posto al liceo aretino, ma rifiutò. Accettò invece la nomina a professore di greco del liceo Niccolò Forteguerri di Pistoia.

Carducci indicò, quindi, la propria appartenenza ideologica alla fazione che voleva l’Italia unita e il ricongiungimento con il Piemonte, in opposizione agli obiettivi dei filo-granducali e a quelli del circolo facente capo a Gino Capponi (il cosiddetto circolo di san Bastiano), propugnatore di un ritorno alla libertà municipale.

Il 12 dicembre nacque Beatrice (Bice), la prima figlia, e la famiglia si trasferì a Pistoia tra il 7 e l’8 gennaio del 1860. Al fine di trovare una sistemazione, Carducci non portò subito con sé la famiglia, ma lo fece solo dopo aver preso dimora in un appartamento di proprietà del professor Giovanni Procacci.

In città frequentò la casa della poetessa Louisa Grace Bartolini, nativa di Bristol e sposa dell’architetto toscano Francesco Bartolini. Per Louisa Grace, Carducci nutriva una notevole ammirazione. Convenivano abitualmente nel salotto Giovanni Procacci e Fornaciari, e talvolta vi si univano Gargani e Chiarini.

Carducci venne a sapere della spedizione di Garibaldi in Sicilia, e pensando che Targioni e Gargani erano partiti a combattere per la patria gli si strinse il cuore. Lui era rimasto ad accudire la madre sofferente per le recenti perdite del figlio e del marito.

Nel gennaio 1860 a Torino era stato nominato ministro dell’istruzione Terenzio Mamiani. Carducci lo aveva sempre tenuto in grande stima, tanto da includerlo nel gruppo dei 6 dedicatari delle Rime del 1857, al cui interno vi erano per Mamiani una dedica e un sonetto.

Il 18 agosto Carducci ricevette da Mamiani una lettera in cui gli comunicava che Giovanni Prati, “per ragioni al tutto speciali“, aveva ricusato la nomina a professore di Eloquenza presso l’Ateneo Felsineo, e sarebbe quindi stato onorato nel sapere Carducci disposto ad accettare la cattedra.

Così, con decreto del 26 settembre 1860 venne incaricato dal Mamiani a tenere la cattedra di “Eloquenza italiana”, in seguito chiamata “Letteratura italiana” presso l’Università di Bologna (rimarrà in carica fino al 1904). Ad accoglierlo c’era un giovane insegnante veneto, Emilio Teza, nominato quell’anno professore di Letterature comparate nell’Ateneo. Questi l’accompagnò in un alloggio provvisorio sito in Piazza dei Caprara, e gli mostrò poi la città, che apprezzò molto. Nei primi tempi passarono molto tempo assieme, e anche successivamente fu uno dei pochi che Carducci frequentò, chiuso in casa a studiare e preparare i corsi o nell’aula universitaria a fare lezione.

Carducci prendeva il posto di monsignor Gaetano Golfieri, bolognese, estroso poeta estemporaneo i cui sonetti celebrativi per eventi di ogni sorta erano noti in tutta Bologna e venivano affissi alle colonne della città. Avendo rifiutato di partecipare al Te Deum nella basilica di San Petronio in occasione del plebiscito, fu esonerato dall’incarico di professore, e perdette il titolo di dottore collegiato della Facoltà, quando rifiutò di prestare giuramento al re d’Italia.

Il 3 dicembre fu raggiunto dalla famiglia, con cui si accomodò alla meglio in una piccola abitazione presso San Salvatore, per passare a maggio in via Broccaindosso, stradina fra le più modeste della città in cui sarebbe rimasto fino al 1876.

Il 15 gennaio cominciò le lezioni: il programma prevedeva lo studio della letteratura italiana prima di Dante. L’università felsinea viveva un periodo di degrado cronico, e non era che l’ombra dello splendore dei secoli passati. Il numero degli allievi del neoprofessore andò via via calando, finché la mattina del 22 non poté nemmeno fare lezione, essendosi presentati solo in tre.

Intanto molte idee si affastellavano nella testa di Carducci. Scriveva un saggio su Giovita Scalvini, pensava ad una biografia leopardiana per la Galleria contemporanea e continuava a lavorare all’edizione polizianea. Tutto ciò gli toglieva tempo per le creazioni poetiche, ma non si arrendeva, tanto che aveva in mente di comporre una canzone sul monumento a Leopardi, un canto in terzine su Roma, un’ode intitolata “La plebe” e molto altro, senza contare la prosecuzione dell’avventura barberiana, per la cui collezione “Diamante” erano ormai pronte le “Rime di Cino” e d’altri del secolo XIV. Voleva far uscire entro la fine del 1861 anche un volume di prose, ma non se ne fece nulla. Tutto questo lungo elenco di opere restava a livello di abbozzo perché l’occupazione primaria rimanevano il lavoro e lo studio.

Agli ultimi di luglio del 1861 Gargani raggiunse l’amico a Bologna, e insieme passarono il mese di agosto a Firenze, dove il mese successivo li raggiunse anche Chiarini, che nel frattempo si era stabilito a Torino per collaborare alla “Rivista italiana”. Fu una riunione felicissima, e trascorsero giorni indimenticabili, mentre Gargani sprizzava gioia da tutti i pori: era promesso sposo della sorella di Enrico Nencioni.

Passata l’estate, il 24 ottobre Chiarini ricevette una lettera disperata: era stato abbandonato dalla fanciulla, e quella sera stessa Carducci sarebbe corso a Firenze per chiederne ragione. La spedizione non ebbe successo, e Gargani, da sempre cagionevole di salute, si ammalò di tisi, e la malattia peggiorò rapidamente. Tra febbraio e marzo, Giosuè si spostava quotidianamente in treno fra Bologna e Faenza, al capezzale dell’amico (insegnante nel locale liceo), finché il 29 marzo Gargani morì. Fu un lutto severo per Carducci. Un mese dopo fece comparire sul giornale fiorentino “Le veglie letterarie” uno scritto in sua memoria, e gli dedicò alcuni versi della poesia “Congedo” che avrebbe chiuso l’edizione dei Levia Gravia nel 1868.

Nel secondo anno bolognese tenne un corso su Petrarca, mentre scriveva a Chiarini come fosse sua intenzione non staccarsi per molti anni dall’approfondimento della triade portante (Dante, Petrarca, Boccaccio) della letteratura italiana.

L’alleanza di Ricasoli con il Papa lo metteva di cattivo umore e andò inasprendo la sua tendenza anti-cattolica, aiutato in questo da una città che meno di Firenze scendeva a compromessi. Nel 1861 la Massoneria aveva ritrovato una grande influenza politica, incarnando i valori del patriottismo e del Risorgimento italiano. Diventò un punto di passaggio obbligato per i fautori dell’unità nazionale, tanto che lo stesso Garibaldi si fece massone, mentre Giosuè fu iniziato nella Loggia “Galvani” di Bologna subito dopo la Giornata dell’Aspromonte. Strinse amicizia con uomini politici in vista e dopo l’università entrava al Caffè dei Cacciatori per poi recarsi in Loggia.

Intanto, subiva sempre più il fascino degli autori d’oltralpe. Leggeva Michelet, Hugo, Proudhon, Quinet. Il primo gli trasmise il gusto di concepire la storia come un immenso tribunale (dove i poeti erano gli accusatori) mentre Quinet e Proudhon gli aprivano gli occhi sulla realtà di una Chiesa che aveva tradito il mandato divino. Michelet produceva le prove storiche dell’ingiustizia perpetrata ai danni di Satana (identificato con scienza e natura, sacrificate alla mortificazione cristiana). Furono questi i prodromi del celebre inno “A Satana”.

Il 16 ottobre pubblicò l’edizione critica delle opere polizianee, che fece molto scalpore e suscitò notevole ammirazione non solo per la dottrina espressa, ma anche perché era la prima volta che il testo di uno scrittore italiano veniva emendato secondo i dettami della moderna critica testuale. Nel 1862 pubblicò le “Poesie di Cino da Pistoia” e i “Canti e Poemi” di Vincenzo Monti. L’anno successivo si dedicò al “De rerum natura lucreziano” tradotto dal Marchetti. Il 1864 fu l’anno di nascita di Laura, la figlia secondogenita.

Affiliato alla Massoneria del Grande Oriente d’Italia sin dal 1862, nel 1866 fu tra i fondatori della Loggia bolognese “Felsinea”, e ne divenne il segretario, ma assunse “un orientamento contrario al rito scozzese dell’Ordine“. Dopo un opuscolo di protesta, nel 1867 la loggia fu sciolta dal Gran maestro Lodovico Frapolli e Carducci fu espulso dalla Massoneria. Con il nuovo Gran maestro Adriano Lemmi, Carducci fu, però, affiliato il 20 aprile 1886 alla Loggia “Propaganda massonica” di Roma, dove raggiunse il 33° e massimo grado del Rito scozzese antico ed accettato.

Negli anni del trasformismo il poeta conquistò un posto centrale nella struttura ideologica e culturale dell’Italia umbertina, giungendo ad abbracciare le idee politiche di Francesco Crispi. Il 30 settembre 1894 pronunciò il discorso per l’inaugurazione del nuovo Palazzo degli Offici (ora Palazzo Pubblico) nella Repubblica di San Marino. Tra il 1863 e il 1865 scrisse per la “Rivista italiana” che, fondata da Mamiani, era passata sotto la direzione di Chiarini.

I primi 10 anni bolognesi furono arricchiti da illustri relazioni che riuscì a stabilire (le più significative furono quelle con Francesco Rocchi, insigne studioso di epigrafia, con Pietro Ellero, Enrico Panzacchi, Giuseppe Ceneri, Quirico Filopanti e Pietro Piazza).

La poesia laica

La sua poesia divenne sempre più improntata di laicismo, mentre le sue idee politiche andavano orientandosi in senso repubblicano. Si dedicò seriamente allo studio del tedesco (con l’aiuto di un maestro), tanto che in breve tempo riuscì a padroneggiare i poeti più difficili e amati (quali Klopstock, Goethe, Schiller, Uhland, Von Platen, Heine).

Dopo la spedizione garibaldina su Roma, il dolore colse il poeta alla notizia della morte di Enrico Cairoli, del ferimento di Giovanni (che morirà 2 anni dopo per le ferite riportate nello scontro) e della prigionia di Garibaldi alla fortezza del Varignano.

Nel novembre un decreto governativo trasferì Carducci dalla cattedra bolognese a quella di latino dell’Università di Napoli. Valendosi dell’appoggio del ministro dell’Interno Filippo Antonio Gualterio e promettendo di non occuparsi di politica, Carducci riuscì a rimanere a Bologna.

La politica continuava a fomentare l’animo di Carducci. Nel 1868 si indignò per la pecoraggine del pubblico e si scagliò contro i sedicenti critici democratici, che volevano solo “discorsoni e versoni”. Si scontrò duramente con i colleghi di università Francesco Fiorentino, Angelo Camillo De Meis e Quirico Filopanti, si allontanò dalla Massoneria e attraversò un periodo di forte misantropia.

Il 22 ottobre i garibaldini Monti e Tognetti fecero esplodere una bomba alla caserma Serristori di Roma provocando la morte di 23 soldati francesi e 4 passanti (tra cui una bambina). Il 24 novembre furono ghigliottinati, e Carducci compose l’epodo in loro memoria. È un Carducci rabbioso quello che traspare dalle poesie politiche: inveisce contro Papa Pio IX che immagina lieto per la decapitazione dei due rivoluzionari, mugugna per la sostituzione del nome di via dei Vetturini con quello di via Ugo Bassi.

La morte della madre e del figlio Dante

Il 3 febbraio 1870 morì la madre, cui era legatissimo e per cui nutriva una sorta di venerazione. Il dolore fu forte, ma non poté eguagliare quello della perdita del figlio prediletto Dante (nato il 21 giugno 1867 e morto il 9 novembre 1870). Dante cresceva forte e sano, e il padre lo amava smisuratamente. La morte fu improvvisa e imprevedibile. Giosuè, distrutto, si lasciò per qualche tempo andare allo scoramento più totale. A Dante dedicò le celeberrime quattro quartine di Pianto antico.

Piano piano riuscì a riprendersi (grazie a studio e insegnamento). Poi, il 1º marzo 1872 nacque l’ultima figlia, Libertà (verrà sempre chiamata Tittì).

La consacrazione letteraria

Barbera propose a Carducci di pubblicare un libro che raccogliesse tutte le poesie. Giosuè accettò e nel febbraio 1871 apparvero le Poesie, suddivise in 3 parti: Decennali (1860-1870), Levia Gravia (1857-1870) e Juvenilia (1850-1857).

Continuò con la composizione di giambi (Idillio Maremmano il più celebre) ed epodi, sonetti (Il bove) e odi, unendovi la traduzione di composizioni di Platen, Goethe ed Heine mantenendone il metro originale. Questi e altri testi andarono a formare nel 1873 le “Nuove poesie“, 44 componimenti editi dal Galeati di Imola, inglobanti anche le Primavere elleniche che l’anno prima il Barbera aveva licenziato in un volumetto. Il libro non risparmiava critiche a uomini politici, e suscitò forti reazioni. Bernardino Zendrini e Giuseppe Guerzoni scrissero su “Nuova Antologia” e sulla “Gazzetta Ufficiale” articoli contro le “Nuove Poesie”, cui fece seguito la reazione carducciana sulle colonne de La voce del popolo, comprendente 7 capitoletti di Critica e arte, saggio che entrerà a far parte dei Bozzetti critici e dei Discorsi letterari editi dal Vigo nel 1876.

Nel complesso, però, l’Italia ne riconobbe il valore. Ancora maggiori furono i consensi provenienti dall’estero. L’editore della “Revue des Deux Mondes” e Ivan Sergeevič Turgenev ne chiesero una copia, ed entusiastiche approvazioni arrivarono dal mondo germanico.

In quegli anni non era possibile, per i letterati della città, non fare una tappa alla libreria Zanichelli. Carducci incominciò a frequentarla quotidianamente. Nicola Zanichelli voleva avviare una casa editrice, e si fece promettere da Carducci uno studio sulle poesie latine dell’Ariosto, dato che, con un anno di ritardo, nel 1875 si sarebbe celebrato a Ferrara il 14esimo anniversario della nascita del poeta reggiano. Nell’aprile 1875 Zanichelli pubblicò la seconda edizione delle “Nuove Poesie”, e il mese successivo il promesso studio ariostesco.

Dopo le “Nuove poesie” però Carducci voleva abbandonare la poesia sociale e tornare al primo amore: la classicità. Stimolato dall’esempio dei poeti tedeschi volle dimostrare che la poesia italiana poteva non solo riprendere le tematiche dei greci e dei latini, ma mantenerne il metro. Klopstock aveva riproposto in tedesco l’esametro latino, Goethe aveva risuscitato le forme greche, e la scuola teutonica si credeva la sola capace dell’impresa. Theodor Mommsen giurava che in italiano una simile operazione non fosse possibile. Nel 1873, però, uscirono dalla penna di Carducci i primi componimenti di questo tipo, le prime Odi barbare, che avranno una prima edizione presso Zanichelli nel luglio 1877, e in concomitanza con Postuma di Lorenzo Stecchetti inaugureranno la famosa “Collezione elzeviriana”.

Le 14 odi dell’edizione zanichelliana sono un vero e proprio manifesto della concezione carducciana del mondo, della storia, della natura. Non c’è più furia politica in Carducci, non c’è rabbia né critica sociale. Le odi attaccano il cattolicesimo, esaltano l’impero romano ed esprimono la visione politica carducciana, ma essa perde la carica polemica precedente. Carducci fu attaccato e stroncato da tutte le parti. Passata la tempesta, però, il valore dell’opera fu riconosciuto, e lo stesso Guerrini dovette apprezzarla dato che si dilettò poi anch’egli a restituire nei suoi componimenti la versificazione latina.

L’amore con Carolina Cristofori Piva

Nel 1871, Maria Antonietta Torriani e Anna Maria Mozzoni giravano per l’Italia promuovendo l’emancipazione femminile e tenendo conferenze nelle città più importanti. A Genova furono ospiti di Anton Giulio Barrili e da questi presentate a Francesco Dall’Ongaro, che le mise in contatto con Giuseppe Regaldi e l’ambiente bolognese.

A Bologna cercarono di avvicinare i due poeti del momento: Enrico Panzacchi (che frequentava la vita mondana della città e con versi galanti conquistava facilmente le donne) e Carducci (tutto casa e lavoro).

Dopo la conferenza, Mozzoni tornò a Milano, mentre Torriani rimase e intrecciò una relazione con Panzacchi. Fu, però, stupita dall’affabilità di Carducci, gentilissimo con le donne e ben diverso dall’immagine che le era stata dipinta. Fu lei a parlargli di una sua cara amica, Carolina Cristofori, madre di 3 figli e appassionata lettrice dei sui versi. Carolina, nativa di Mantova, aveva sposato nel 1862 l’ex colonnello e poi generale di brigata garibaldino Domenico Piva, uno dei Mille, ed era donna di grande cultura e delicata sensibilità, così come delicata era anche la sua salute.

Il 27 luglio Carducci ricevette da Carolina una lettera di ammirazione cui erano allegati dei versi e un ritratto. Il poeta, lusingato, iniziò con lei un fitto scambio epistolare, e scriveva contemporaneamente anche a Torriani, dedicando versi a entrambe. Lo scambio che più lo stimolava erà, però, quello con Carolina, finché il 9 aprile del 1872 la conobbe di persona a Bologna e il 5 maggio la rivide a Milano. Nello stesso anno Carducci si recò a trovarla in ottobre e in dicembre (il rapporto sfocerà in una relazione amorosa). Nell’estate 1872 passarono indimenticabili giorni insieme. La relazione termirò nel 1873 con la nascita di Gino Piva (ritenuto figlio legittimo del generale garibaldino Domenico Piva).

Carducci nutriva una profonda gelosia per l’amico Panzacchi (che era in confidenza con Piva e che con lei aveva avuto dei trascorsi). Si arrivò al punto che Carducci ruppe con Panzacchi e gli rimandò indietro i suoi libri. Panzacchi, invece, non fece altrettanto (nutrendo una vera e propria venerazione per Carducci) e con il tempo il dissidio si placò.

Più avanti Carducci ebbe un altro legame extraconiugale: conobbe nel 1890 la scrittrice Annie Vivanti e con lei instaurò una relazione sentimentale.

Poeta nazionale

Dopo 16 anni nella modesta residenza di via Broccaindosso, Carducci, raggiunta la fama, desiderava per sé e per la famiglia una dimora più decorosa. Nel 1876, quindi, i Carducci traslocarono in Strada Maggiore a Palazzo Rizzoli, un edificio signorile dalle volte a crociera con un cortile interno abbellito da colonne corinzie. Il poeta occupò il terzo piano, rimanendovi 14 anni.

Nella sessione elettorale del 19 novembre fu eletto deputato al Parlamento per il Collegio di Lugo di Romagna, su richiesta dei cittadini. Non essendo, però, stato sorteggiato tra coloro che dovevano andare a Montecitorio, fu un ruolo onorifico che non gli tolse tempo da dedicare alle consuete occupazioni. Proseguì l’insegnamento universitario e alla sua scuola si formarono personalità come Giovanni Pascoli, Severino Ferrari, Giuseppe Albini, Vittorio Rugarli, Adolfo Albertazzi, Giovanni Zibordi, Niccolò Rodolico, Renato Serra, Ugo Brilli, Alfredo Panzini, Manara Valgimigli, Luigi Federzoni, Guido Mazzoni, Gino Rocchi, Alfonso Bertoldi, Flaminio Pellegrini ed Emma Tettoni.

Il 1877 privò Carducci di due cari amici; in maggio morì il suocero Francesco Menicucci, mentre in giugno, nel corso di una visita a Seravezza con Chiarini, salutò con commozione Francesco Donati, malato e conscio di non aver più molto da vivere. (si spense il 5 luglio).

Il 4 novembre del 1878 arrivarono in visita a Bologna i reali d’Italia Umberto I e Margherita di Savoia (accolti da una folla festante nella stessa città che 10 anni prima aveva riservato loro un ostile trattamento). Carducci, in mezzo alla calca, vide nella giornata uggiosa passare Margherita. La regina era un’ammiratrice dei suoi versi. Margherita volle che Carducci le fosse presentato, e così il 6 novembre mentre da una parte il re salutava alcuni visitatori, egli la vide: “Troneggiava ella da vero in mezzo la sala… Riguardava a lungo, con gli occhi modestamente quieti ma fissi; e la bionda dolcezza del sangue sassone pareva temperare non so che, non dirò rigido, e non vorrei dire imperioso, che domina alla radice della fronte; e tra ciglio e ciglio un corusco fulgore di aquiletta balenava su quella pietà di colomba“.

Il 17 novembre Carducci compose “Alla regina d’Italia” e venne accusato di essersi convertito alla monarchia, suscitando forti polemiche da parte dei repubblicani. Carducci non rinnegò la propria fede repubblicana, e in verità non ebbe mai una fede politica che si traducesse in ideologie di partito: la nota sempre costante del suo credo fu l’amore per la patria.

Il 20 settembre del 1880 la figlia primogenita Beatrice sposò il professor Carlo Bevilacqua. La famiglia del genero del poeta possedeva una villa e vasti appezzamenti di terra alla Maulina, nel lucchese. Giosuè vi si recò nell’agosto 1881 per conoscere i parenti di Bevilacqua e, trovatosi benissimo in un ambiente rustico e semplice, vi tornò nei due anni successivi per trascorrere una parte del periodo autunnale.

I primi anni a Roma

Carducci si recò a Roma solo nel 1874 e fu una “toccata e fuga“. Ebbe modo di vedere solo il Colosseo, le Terme di Caracalla e poco più. Poi, dal 1877, le visite romane diventarono frequenti e significative. Nel marzo di quell’anno Domenico Gnoli gli fece da cicerone e lo presentò a Giovanni Prati al “Caffè del Parlamento”. Le visite a Roma divennero un appuntamento fisso.

La collaborazione con Angelo Sommaruga

Giunse un ambizioso signore milanese da poco uscito dalle miniere di Iglesias, intenzionato a fare fortuna con la letteratura, aprendo una casa editrice: Angelo Sommaruga. Il primo obiettivo era ottenere la collaborazione di Carducci e vi riuscì. Il titolo di una rivista fu la “Cronaca bizantina”. Sommaruga decise che la sede doveva essere a Roma. La rivista aprì i battenti il 15 giugno 1881. La Cronaca si fregiava di firme illustri, ma la mondanità e il pettegolezzo avevano il sopravvento.

Gli anni da membro del Consiglio Superiore dell’Istruzione

Con decreto regio del 12 maggio 1881, Carducci fu nominato membro del Consiglio Superiore dell’Istruzione. In tale veste aveva la possibilità di concedere o negare la libera docenza ai candidati che si presentavano. Dette prova del proprio temperamento incorruttibile. Spesso e volentieri, respingeva personaggi raccomandati dalle Facoltà di appartenenza e particolarmente “protetti“. Non risparmiava neppure gli amici: negò anche il sussidio a Tommaso Casini, Salomone Morpurgo e Albino Zenatti, i 3 redattori della Rivista critica della letteratura italiana.

Dall’estate 1884 Carducci inaugurò l’usanza di trascorrere l’estate in località alpine. L’aria salubre si rivelà una necessità negli anni successivi, dopo che nel 1885 fu colto da una semiparalisi del braccio destro mentre era intento agli studi quotidiani. Non era una cosa grave, ma i medici gli imposero di prendere un periodo di riposo. Fu così che si recò per la Pasqua a casa della figlia Beatrice, a Livorno, e tornando a Bologna fece tappa a Castagneto, ritrovando i luoghi dell’infanzia. Non bastarono i medici a far cambiar vita a Carducci: tornato a Bologna riprese la vita abituale. Alla fine dell’anno scolastico fu a Desenzano del Garda come commissario d’esami, e a metà luglio prese la via della Carnia.

Elezioni

Nella primavera del 1886, a Carducci fu nuovamente chiesto di concorrere per un seggio alla Camera dei deputati. Del tutto restio ad accettare, si trovò stavolta in una situazione diversa. Era la sua gente a chiederglielo, erano i maremmani. Neanche questa volta, tuttavia, fu eletto.

Il 3 luglio 1887 una legge istituiva una cattedra dantesca presso l’Università di Roma. Da più parti spinsero Carducci a ricoprirla, ma espresse il proprio rifiuto in una lettera pubblicata sulla Gazzetta dell’Emilia il 23 settembre 1887. Michele Coppino, allora Ministro dell’Istruzione, pensò di porre rimedio al fallimento creando un ciclo di letture dantesche. Questa volta Carducci aderì al progetto, tenendo a Roma la prima lettura l’8 gennaio 1888 e, sporadicamente, qualche altra nei mesi successivi.

Il 21 gennaio 1888 fu insignito del 33º e ultimo grado del Rito scozzese antico e accettato.

Intanto, anche la secondogenita Laura era convolata a nozze: il 20 settembre 1887 aveva sposato Giulio Gnaccarini.

La nomina a senatore

Il 10 novembre le elezioni comunali lo premiarono (ricevette 7965 preferenze su 10128). Quindi, in maggio, dopo 14 anni, abbandonò l’abitazione di strada Maggiore e si trasferì nella terza e ultima dimora felsinea, lungo le mura nel tratto tra Porta Maggiore e Porta Santo Stefano, all’altezza di via Dante, nella piazzetta oggi denominata “Carducci“. Vi rimase fino alla morte, in quella oggi è nota come “Casa Carducci“, in cui si trova il museo a lui dedicato e si conservano la biblioteca e l’archivio privato dello scrittore.

Il 4 dicembre 1890 venne nominato senatore e negli anni del suo mandato sostenne la politica di Crispi (che attuava un governo di stampo conservatore).

La nomina a senatore rese le visite carducciane a Roma ancora più frequenti. Riceveva sempre ospitalità presso qualche amico: di Chiarini (da anni insegnante in un liceo capitolino), di Ugo Brilli o di Edoardo Alvisi (il bibliotecario della Casanatense).

Nelle mattine in cui si recava in Senato soleva rinchiudersi in biblioteca per studiare. Durante la pausa pranzo, poi, passava qualche momento in compagnia degli amici in una trattoria di via dei Sabini o in un locale “veramente incantevole, che ha di fronte il Palatino e ai tre lati le Terme di Caracalla e Monte Mario. La tavola era allora più numerosa, i discorsi più vari e meno intimi“. La sera, invece, mangiava presso il proprio anfitrione, prima di andare alla birreria Morteo in via Nazionale, dove incontrava tra gli altri Adriano Lemmi, Felice Cavallotti, il conte Luigi Ferrari e, più raramente, Ulisse Bacci.

Nei primi giorni di febbraio del 1891 fece tappa a Roma un ex-scolaro del Carducci, Innocenzo Dell’Osso, che aveva aperto un negozio di tortellini. Giosuè fu invitato, assieme a pochi intimi, presso la trattoria La torretta di Borghese, in piazza Borghese. La serata trascorreva nell’ilarità generale. Dalla Camera, poi, giunse a un tratto Luigi Lodi, che diede la notizia dell’imminente caduta del governo Crispi. L’ilarità si trasformò in un silenzio tombale.

Il mese di marzo lo vide protagonista, suo malgrado, di una spiacevole disavventura che ebbe molta risonanza nella cronaca dell’epoca. Fu chiesto a Francesco Crispi di fare da padrino alla bandiera del Circolo monarchico universitario, ma, siccome rifiutò, fu Carducci ad accettare l’incarico. I repubblicani non avevano ancora perdonato le sue simpatie monarchiche, né si erano mai preoccupati di comprenderle. Quando un gruppo di studenti repubblicani venne a sapere dell’incarico assunto dal professore, ci fu una violenta reazione. La sera del 10 marzo qualche decina di loro si presentò sotto le finestre della nuova abitazione del poeta e cominciò ad insultarlo. Giosuè non era in casa, e i giovani rimandarono la contestazione al giorno seguente. Circa 500 di essi si insediarono nell’aula universitaria aspettando l’arrivo del docente. Non appena questi fece il proprio ingresso, cominciarono a gridargli di tutto. Carducci, imperterrito, cercava di farsi largo tra la folla per guadagnare la cattedra, scatenando con la propria indifferenza una rabbia ancor maggiore. Salito in piedi sulla cattedra affinché tutti lo vedessero, esclamò: “È inutile gridiate abbasso, perché la natura mi ha messo in alto. Dovreste piuttosto gridare: A morte!” La contestazione degenerò, provocando il ferimento di alcuni ragazzi, e solo l’intervento di altri professori riuscì a sottrarre Carducci alla calca (dato che questi dichiarava che non se ne sarebbe andato prima di loro). L’evento provocò una sospensione delle lezioni di due settimane e molti strascichi polemici, ma Carducci, ormai avvezzo a fanatismi e critiche, non vi diede grande importanza. Si recò pochi giorni dopo a Genova, dove incontrò Giuseppe Verdi, e riprese quindi le lezioni senza minimamente accennare all’accaduto.

Negli anni in cui fu senatore prese solo 3 volte la parola. Nel 1892 difese gli insegnanti delle scuole secondarie, allora criticati da più parti. Si mostrò sensibile alla loro causa, e attaccò lo Stato che lasciava lavorare i professori in condizioni pessime, con stipendi ridicoli e senza sostenerli con le necessarie riforme. Gli altri due discorsi tenuti in Senato furono quello di 5 anni più tardi per Candia, e quello del marzo 1899 per la convenzione universitaria di Bologna.

I soggiorni alpini

Nel 1891 fu a Madesimo. Mentre soggiornava all’Albergo della Cascata, gli fu riferito che sarebbe arrivata la regina Margherita di Savoia alla stazione di Chiavenna. Carducci si presentò accompagnato dalla banda musicale del paese, ma attese invano. Era uno scherzo orchestrato dai repubblicani chiavennesi a chi un tempo era stato repubblicano e ora era monarchico.

Il 1892 lo vide a Pieve di Cadore, ad Auronzo e a Misurina. Ovunque andasse, Carducci si dedicava allo studio della storia e della letteratura del luogo.

Nel 1893, cominciando ad accusare la stanchezza dopo tanti anni d’insegnamento, ottenne di essere affiancato dal discepolo e amico Severino Ferrari.

Celebrazioni

Intanto, da anni si pensava ad una grande festa per il professore che, rinunciando nel 1887 alla cattedra dantesca capitolina, aveva dato ai bolognesi la dimostrazione d’affetto definitiva. Si era pensato al 1890, in cui cadeva il 30esimo anniversario dall’arrivo a Bologna, ma si decise di ritardare per fare le cose in grande.

Alle 2.00 del pomeriggio del 6 febbraio 1896, Carducci venne solennemente festeggiato nella sala maggiore dell’Archiginnasio, alla presenza di un pubblico molto numeroso, al cui interno c’erano le personalità più significative della città.

Qualche giorno prima, il 24 gennaio, gli studenti avevano offerto a Giosuè un albo in cui si erano premurati di raccogliere i nomi di tutti gli studenti che in 35 anni avevano beneficiato dell’insigne guida. Le sue parole di ringraziamento furono: “Da me non troppe cose certo avrete imparato, ma io ho voluto ispirar me e innalzar voi sempre a questo concetto: di anteporre sempre nella vita, spogliando i vecchi abiti di una società guasta, l’essere al parere, il dovere al piacere; di mirare alto nell’arte, dico, anzi alla semplicità che all’artifizio, anzi alla grazia che alla maniera, anzi alla forza che alla pompa, anzi alla verità ed alla giustizia che alla gloria. Questo vi ho sempre ispirato e di questo non sento mancarmi la ferma coscienza“.

Due gravi lutti

Il 25 agosto 1896 si spense Enrico Nencioni, della cui fraterna amicizia aveva goduto per quasi 50 anni. Poi, 2 anni dopo morì improvvisamente il genero Carlo Bevilacqua, che lasciava così la Bice vedova con 5 figli. Carducci l’accorse e portò figli e nipoti a Bologna, dove provvide alla loro sistemazione e a tutte le loro necessità.

La chiesa di Polenta

Accompagnato dall’amico e allievo sanscritista Vittorio Rugarli, Carducci venne accolto a Villa Sylvia (a Lizzano di Cesena), proprietà dei conti Giuseppe e Silvia Pasolini Zanelli, con i quali il poeta era legato da decennale amicizia. Aveva cominciato a frequentarli nell’inverno del 1887 quando, di passaggio in Romagna, fu invitato a cenare nella loro villa di Faenza, alla presenza di Marina Baroni Semitecolo, madre di Silvia, intima di Aleardo Aleardi e vecchia conoscenza dello stesso Carducci.

Nella primavera dello stesso anno, Giosuè visitò per la prima volta la Pieve di San Donato in Polenta, a Bertinoro, dove secondo la tradizione pregarono Dante e Francesca da Polenta. La chiesa era in uno stato pietoso. Lo stato in cui si trovava la chiesa preoccupava sia Giosuè che i Pasolini, e fu così che, in collaborazione con l’arciprete della Pieve, cominciarono a battersi perché fossero iniziati i restauri. Grazie agli sforzi del conte Giuseppe e agli aiuti economici dei Pasolini e altre eminenti personalità, fu possibile procedere al restauro. Il 6 giugno del 1897 Carducci ebbe la gioia di vedere la chiesa parzialmente restaurata.

L’incontro con D’Annunzio

L’11 aprile 1901, Gabriele D’Annunzio era giunto a Bologna per la rappresentazione della sua Francesca da Rimini. Per l’occasione D’Annunzio e Carducci si incontrarono nella redazione de “Il Resto del Carlino” dove fu allestito un sontuoso banchetto e i due mangiarono insieme. La famosa scena fu immortalata da una caricatura del celebre pittore locale Nasica (pseudonimo di Augusto Majani), che era solito rappresentare nei propri bozzetti i momenti più significativi della vita cittadina.

Il premio Nobel

Nel 1906 l’Accademia Svedese gli conferì il Premio Nobel per la letteratura. Il poeta, ammalato, non si recò a Stoccolma, ma ricevette in casa propria l’ambasciatore di Svezia in Italia. Subito dopo aver ricevuto la visita del messo dell’Accademia di Svezia che gli portava la notizia del premio Nobel, disse alla moglie: “Hai visto che non sono un cretino come tu hai sempre sostenuto?

La morte

La morte (per cirrosi epatica) lo colse nella sua abitazione di Bologna il 16 febbraio 1907. Fu tumulato con esequie solenni alla Certosa di Bologna.

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