Racconto di Leonardo Da Vinci – Novelle

La pulce
Dormendo il cane sopra la pelle di un castrone, una delle sue pulci, sentendo l’odore della unta lana, giudicò quello doversi essere loco di migliore vita e più sicura da’ denti e unglia del cane che pascersi del cane, e sanza altro pensieri, abbandonò il cane, e, entrata intra la folta lana, cominciò con somma fatica a volere trapassare alle radici de’ peli. La quale impresa, dopo molto sudore, trovò esser vana, perché tali peli erano erano tanto spessi che quasi si toccavano, e non v’era spazio dove la pulce potessi saggiare tal pelle; onde, dopo lungo travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare al suo cane, il quale essendo già partito, fu costretta, dopo lungo pentimento, amari pianti, a morirsi di fame.

Il rasoio vanitoso e borioso
Uscendo un giorno il rasoio di quel manico col quale si fa guaina a sé medesimo, e postosi al sole, vide lo sole ispecchiarsi nel suo corpo: della qual cosa prese somma groria, e rivolto col pensiero indirieto, cominciò con seco medesimo a dire:” Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito sono? Certo no. Non piaccia agli Dei, che sì splendida bellezza caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella la qual mi conducessi a radere le insaponate barbe de’ rustichi villani e fare sì meccaniche operazione? Or è questo corpo da simili esercizi? Certo no. Io mi vogli[o] nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo riposo passare la mia vita”.

E così, nascosto per alquanti mesi, un giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sé essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie non ispecchiare più lo splendente sole, Con vano pentimento indarno pianse lo inreparabile danno, con seco dicendo:” O quan[to] meglio era esercitare col barbiere il mi’ perduto taglio di tanta sottilità. Dov’è la lustrante superfizie? Certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha consumata”.

Questo medesimo accade nelli ingegni, che ‘n iscambio dello esercizio, si dànno all’ozio, i quali, a similitudine del sopradetto rasoio, perde la tagliente sua suttilità e la ruggine dell’ ignoranzia guasta la sua forma.

La pietra scontenta della sua vita solitaria
Una pietra novamente per l’acque scoperta, di bella grandezza, si stava sopra un certo loco rilevata, dove terminava un dilettevole boschetto sopra una sassosa strada, in compagnia d’erbette, di vari fiori di diversi colori ornata, e vedea la gran somma delle pietre che nella a sé sottoposta strada collocate erano. Le venne desiderio di la giù lasciarsi cadere, dicendo con seco:” Che fo qui con queste erbe? Io voglio con queste mie sorelle in compagnia abitare”. E giù lassatosi cadere infra le desiderate compagne, finì il suo volubile corso; e stata alquanto cominciò a essere da le rote de’ carri, dai piè de’ ferrati cavalli e de’ viandanti, a essere in continuo travaglio; chi la volta, quale la pestava, alcuna volta si levava alcuno pezzo, quando stava coperta dal fango o sterco di qualche animale, e invano riguardava il loco donde partita s’era, innel loco della soletaria e tranquilla pace.

Così accade a quelli che nella vita soletaria e contemplativa vogliano venir a abitare nelle città, infra i popoli pieni d’infini[ti] mali.

La farfalla e il lume ad olio
Andando il dipinto parpaglione vagabundo, e discorrendo per la oscurata aria, li venne visto un lume, al quale subito si dirizzò, e, con vari circuli quello attorniando, forte si maravigliò di tanta splendida bellezza, e non istando contento solamente al vederlo, si mise innanzi per fare di quello come delli odoriferi fiori fare solìa. E, dirizzato suo volo, con ardito animo passò per esso lume, l’elettrone quale gli consumò li stremi delle alie e gambe e altri ornamenti. E caduto a’ piè di quello, con ammirazione considerava esso caso donde intervenuto fussi, non li potendo entrare nell’animo che da sì bella cosa male o danno alcuno intervenire potessi. E restaurato alquanto le mancate forze, riprese un altro volo, e, passato attraverso del corpo d’esso lume, cadde subito bruciato nell’olio che esso lume notrìa, e restogli solamente tanta vita, che potè considerare la cagion del suo danno, dicendo a quello:

” O maladetta luce, io mi credevo avere in te trovato la mia felicità; io piango indarno il mio matto desiderio, e con mio danno ho conosciuto la tua consumatrice e dannosa natura”. Alla quale il lume rispose:” Così fo io a chi ben non mi sa usare”. E immediate ito al fondo finì la sua vita.

Detta per quelli i quali, veduti dinanzi a sé questi lascivi e mondani piaceri, a similitudine del parpaglione, a quelli corrano, sanza considerare la natura di quelli; i quali, da essi omini, dopo lunga usanza, con loro vergogna e danno conosciuti sono.

La pietra focaia e l’acciarino
La pietra, essendo battuta dall’acciarolo del foco, forte si maravigliò, e con rigida voce disse a quello:” Che presunzio ti move a darmi fatica? Non mi dare affanno, che tu m’hai colto in iscambio. Io non dispiacei mai a nessuno”.Al quale l’acciarolo rispose:” Se sarai paziente, vedrai che maraviglioso frutto uscirà di te”. Alle quale parole la pietra, datosi pace, con pazienza stette forte al martire, e vide di sé nascere il maraviglioso foco, il quale, colla sua virtù operava in infinite cose.
Detta per quelli i quali spaventano ne’ prencipi delli studi, e poi che a loro medesimi si dispongano potere comandare, e dare con pazienza opera continua a essi studi, di quelli si vede resultare cose di maravigliose dimostrazioni.

Il ragno
Il ragno credendo trovar requie nella buca della chiave, trova la morte.

Il giglio e la corrente del fiume<
Il ligio si pose sopra la ripa di Tesino, e la corrente tirò la ripa insieme col lilio.

L’ostrica, il topo e la gatta
Sendo l’ostriga insieme colli al[tri] pesci in casa del pescatore scaricata vicino al mare, priega il ratto che al mare la conduca. Il ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire e mordendola, questa li serra la testa e sì lo ferma. Viene la gatta e l’uccide.

Il contadino e la vite
Vedendo il villano la utilità che resultava dalla vite, le dette molti sostentaculi da sostenerla in alto, e, preso il frutto, levò le pertiche e quella lasciò cadere, facendo foco de’ sua sostentaculi.

La triste morte di un granchio
El granchio stando sotto il sasso per pigliar e pesci che sotto a quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di sassi, e collo rotolarsi sfracelloron tal granchio.

Il ragno e l’uva
Il ragno, stante infra all’uve, pigliava le mosche che in su tale uve si pasceva[n]. Venne la vendemmia, e fu pesto il ragno insieme coll’uve.

La vite e l’albero vecchio
La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio, cadde insieme con la ruina d’esso albero, e fu per la trista compagnia a mancare insieme con quello.

Il torrente
Il torrente portò tanto di terra e pietre nel suo letto, che fu po’ constretto a mutar sito.

La rete e i pesci
La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor de’ pesci. [Ar. 42 v.]

La palla di neve
La palla della neve quanto più rotolando discese delle montagne della neve, tanto più moltiplicò la sua magnitudine.

Il salice
Il salice, che per li sua lunghi germinamenti cresce da superare ciascuna altra pianta, per avere fatto compagnia colla vite, che ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato.

La penna e il temperino
Necessaria compagnia ha la penna col temperatoio e similmente utile compagnia, perché l’una sanza l’altro non vale troppo.

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